Two dynasties town

“Pensa che una volta l’assemblea dell’Unione Industriale di Torino contava più di quella di Confindustria” diceva un tizio in frescolana blu-ordinanza, guardando soddisfatto il crepitìo dei flash nel parterre des rois, e i fari delle Tv su Marcegaglia, Montezemolo, Elkann, Bresso, Chiamparino… Ma una volta quando? Forse tra il 1910 e il 1940, quando Agnelli (il fondatore) metteva in riga anche il Duce, e a Torino era nata da poco (nel 1911, col nome di Lega Industriale) la Confindustria. Altro primato polveroso, come i natali di calcio, cinema, moda, radio, Tv… Oggi la situazione è ben diversa e la crisi finanziaria mondiale ferisce un corpo già malato. Il calo medio del fatturato industriale piemontese sfiora il 40%. 

Era commovente, però, sentire le parole di ottimismo del presidente dell’Unione Industriale Carbonato: “Supereremo anche questo ostacolo. L’imprenditore sa imparare in fretta, perché se si ferma è perduto. Avevamo appena imparato a muoverci nell’economia globalizzata, ora ci tocca farlo coi fatturati quasi dimezzati”. Come se un fondista, già obbligato dalla tormenta ad affrontare una ripida discesa in slalom coi suoi piccoli sci da fondo, a metà strada ne perdesse uno. Dovrebbero meditare su questo, i giovani che si lagnano del precariato “che non dà loro sicurezze sul futuro”. Quella sala piena d’imprenditori, oggi, era un raduno di precari per scelta. Ognuno fiero di esserlo.

La Marcegaglia ha fatto il suo mestiere chiedendo pace sociale (cioè tregua ai sindacati, ammortizzatori “sine die” al governo e pietà alle banche) poi è fuggita a Roma da Hu Jintao. Le lodi rituali a Marchionne (assente perché già a Roma coi cinesi) le ha ritirate John Elkann, venuto a rappresentare la Dynasty. Poi Mentana ha moderato sul palco (cachet, 15mila euro)  un dibattito a 5 tra Fiat, Lavazza, Azimut, Robedikappa e il padron di casa Carbonato. Cito solo i marchi (pardon, i brand) perché il sugo degli interventi era che  l’Italia si può salvare solo più con quelli.

Ho udito l’acronimo BRIC, che in piemontese vuol dire montagnola, ma in managerese indica Brasile, Russia, India e Cina: le 4 nazioni che ci stanno mettendo in ginocchio. E’ là che Lavazza si espande. E là che Robedikappa noleggia i suoi brand a chi vuole produrre la sua linea (come fa CocaCola da 50 anni). L’unico che prospera lavorando qui è Azimut, ma le sue barche di lusso sono un’inezia, nel Pil. Realtà  così cruda che non riesce a farla digerire manco il biCarbonato (il secondo e conclusivo intervento di Carbonato): “Qui è nato tutto – ripete – i torinesi sanno fare tutto, Torino non è una one-company town come si dice”. Vero. Infatti è una two-dynasties town. Savoia&Agnelli. Nel bene e nel male, quel che siamo ce l’hanno imposto loro.

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6 risposte a Two dynasties town

  1. appropo' ha detto:

    Coraggio, il meglio è passato!

  2. Anonimo ha detto:

    … bene… quindi non ci resta che aspettare il peggio!o il Peggio del PEGGIO
    missis HORSE

  3. Anonimo ha detto:

    Torino always on move !
    Si’… si chiama crisi epilettica!
    Saluti
    Federico
    p.s. Manlio, i tuoi articoli su Torino (come quelli sulla Goliardia) sono impagabili!

  4. Anonimo ha detto:

    Al gradevole e preciso riassunto di Manlio, aggiungo alcune considerazioni “local”, rifacendomi alle varie osservazioni e alle molte rivendicazioni della carismatica Emma.
    La prima è che lo Stato (insieme agli altri enti pubblici) hanno un debito con le imprese loro fornitrici pari a 60 miliardi di euri (in tale cifra, ci stan dentro persino due finanziarie stile Visco); altro che agevolazioni fiscali! Ne hai, da scriverne, di “Tremonti-ter”, per cubare così tanti quattrini! La maggior parte degli attuali casini finanziari delle imprese, connessi alla carenza di cash-flow, è nata lì, prima che venisse esasperata dall’inefficienza del sistema bancario. Ma solo il giornale della Confindustria si occupa della questione: a parte sul Sole24Ore, infatti, è raro trovare riferimenti a questo italico scandalo. E non si dica che si tratta di un problema di settore, perché sarebbe facile, per Epifani & Company, strumentalizzarlo a proprio vantaggio, in occasione dei rinnovi contrattuali.
    La seconda cosa che colpisce è che il vero motivo per cui lo Stato si guarda bene dall’impostare una riforma degli ammortizzatori sociali (su tutti, la CIG) sta nel fatto che nessuno quanto l’amministrazione pubblica trae profitto da quella anacronistica struttura di Welfare: la capitalizzazione delle somme versate da aziende e lavoratori per sostenere la cassa integrazione registra un attivo pari a 40 miliardi di euri, eppure i fondi disponibili a finanziarla non sono mai sufficienti; perché? Semplice: perché quei soldi, che sono nostri, lo Stato se li intasca e li utilizza per sostenere spesa pubblica in conto corrente (che è una formulazione tecnica per dire che li utilizza per i cazzi propri).
    Michele

  5. Anonimo ha detto:

    Grande Manlio!!
    Permettimi di dissentire ma non sono state due dinastie, bensì gli ovini sono i discendenti dei savoia, hanno molte cose in comune (anche in Municipio…), soprattutto entrambi amano la democrazia: comando io, al massimo qualche deficiente di mio famigliare! (spero che la “i” di deficiente ci vada, altrimenti qua si levano gli insulti!)
    Buona Serata, Bajet

  6. Anonimo ha detto:

    Qualcuno lassù, dato che tutti conoscete i più reconditi lavorii dell’alta finanza, mi spiega perchè non c’è più nessuna Casa editrice a Torino, a parte la S.E.I.? Non sono accettati piattini consueti, come le lacrime alla torinese. Grazie.

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