In capite venenum

Avevo cominciato col parlare di poesia, due post indietro, e da lì, con ardito accostamento, ero passato a Pantani, che si è tirato dietro il discorso spinoso del doping e della giustizia sportiva e ordinaria. La commentomachìa che ne è seguita dimostra quali distanze vi siano nell’opinione della gente su tali argomenti. La morte precoce di Pantani ne ha fatto un idolo per molti, come è successo per Marilyn Monroe, James Dean, Jim Morrison, Luigi Tenco, Gigi Meroni…. L’elenco sarebbe lunghissimo, e la domanda che mi son sempre posto di fronte alla sovrastima palese di questi personaggi è quanto vi abbia concorso la loro morte prematura e drammatica.

Per Pantani non è difficile, perché l’avevamo amato un po’ tutti, il pirata. Non bello come Cipollini, non elegante come Moser, non forte come Saronni. Piccolo e sfigato. Piccolo e pelato. Ma forte e leggero in salita come Coppi, e imbranato nella vita come lui. O forse c’era piaciuto pensarlo così, ne avevamo bisogno, noi innamorati di un ciclismo al tramonto, stravolto da flebo e combines. Poi abbiamo saputo che si dopava, e rifiutando di crederci (“non c’è prova alcuna”) o assolvendolo (“lo fanno tutti”) abbiamo inteso assolvere anche i tanti piccoli doping (dal Barbera al Prozac) cui ricorriamo per tirare avanti. Ma lui in realtà è morto di depressione, cercando di colmare con la coca la voragine della propria identità perduta, l’amarezza della perdita (disonorevole) di un ruolo, quello del campione vincente, in cui si era identificato fino a sentirsi una divinità intoccabile, come scrive Eddy nei commenti.

Purtroppo questa crisi d’identità può capitare anche per ruoli più comuni. Ci sono persone bravissime nel loro lavoro che, al di fuori di esso, non valgono nulla, e si sentono perduti quando smettono di lavorare. La fine di Pantani dovrebbe farci riconsiderare anche il mito della competizione, base e veleno della vita animale. La vittoria è un’ossessione pericolosa, e non solo fra i professionisti, che almeno hanno la scusa dei soldi. Anche fra i dilettanti, fra i veterani, c’è chi trascura lavoro e affetti, ammazzandosi d’allenamenti per una coppa o una medaglia. E magari bara anche, come Simpson sul Mont Ventoux, uccidendosi pur di vincere. Per essere il primo in una specialità, quella e non altre, accettando d’esser zero in tutto il resto. Poi capita che gli altri dimenticano col tempo le sue vittorie, e gli resta solo lo zero che ha dentro. A farci i conti, a volte, è dura.

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