Le ronze

Non ho più voglia di arrabbiarmi per il Toro. Sono vecchio, e trovo la vita così bella che voglio viverne il poco o tanto che mi resta con le antenne ben sintonizzate sul bene. Soprattutto, dopo la morte di mia figlia sedicenne, non ho più la forza di lottare, né di rimettermi a scrivere il mio giornale “Fegato Granata”. Quindi, invece delle solite polemiche su Cairo, sulla retrocessione, sulla squadra del prossimo anno, su chi è da cedere e chi da comprare, vi dirò la bella cosa che ho visto al Filadelfia (l’unica cosa granata che è sempre stata e sempre sarà nel mio cuore) tra maggio e giugno.

C’erano alcuni volonterosi, pieni di fede e ostinazione, che si facevano un mazzo così a strappare arbusti, tagliare l’erba, verniciare, spazzolare e sistemare quei pochi mozziconi che restano del vecchio Tempio. Ovviamente, gratis. Lo facevano con l’amore dei figli che, attendendo la visita di parenti in arrivo da lontano, sgurano la casa a fondo, anche se è vecchia, per non far fare brutta figura ai genitori. E lavano, e pettinano anche la nonna paralitica e demente, e le passano un po’ di trucco sulle gote, che tutti possano ricordarla com’era quand’era ancora in sé.

Loro lavoravano (e lavorano ancora) solo per tenerlo aperto, anche così com’è. Perché i vecchi nostalgici come me possano entrarci ogni tanto a respirare una boccata di ricordi. Perché chi non sa ancora, sappia. Perché i bambini possano tirare due calci al pallone sulla stessa erba calpestata 60 anni fa dai caduti di Superga. Voglio dire un grazie enorme, a quei pochi, tenaci druidi del Tempio in rovina. Mentre gli altri erano in vacanza o sdottoravano di calcio sui forum, loro avevano le mani graffiate dalle spine. Le “ronze”, come diceva un pensionato che lavorava con loro: «vènta pru gavéje, ‘ste ronze!»

Era un’agape fraterna nel silenzio della città deserta, nel cortile ripulito di un Fila che a guardarne i ruderi ci ricostruivo intorno tutto il resto, con la memoria. Gli spalti, le facce, le voci… E mi veniva lo s-ciupùn. Era bello che tutto questo accadesse in un momento così brutto per la squadra. Ma il cuore granata non retrocede. Mai. I veri granata, più li prendi a calci nei denti, più li rendi forti. Sono così abituati, a sanguinare, che non se ne accorgono neanche più. Come quel pensionato fra le ronze.

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7 risposte a Le ronze

  1. Anonimo ha detto:

    vediamo di sfidare le ire di Giove pluvio:

    Fermati!
    Guarda dentro queste crepe
    ci si nasconde sempre una sorpresa
    un minuscolo fiore giallo acceso
    un insetto curioso e titubante
    un pezzetto di foglia rinsecchito
    una pietruzza verde e misteriosa
    un legno che racconta la sua vita
    la piuma di un uccello ormai volato
    la tua serenità fatta presente

    a ben guardare
    hai tutto nella crepa della vita
    che si apre, e apre
    sempre più a contenere.

    cli_

  2. Anonimo ha detto:

    E’ molto, molto bella. Soprattutto nei quattro versi finali.
    E’ tua, Cli? Anche se non lo è, non importa.
    Nello sceglierla e nel volermela mandare l’hai fatta tua. E siccome sai come sto, grazie. Altro che ire…

  3. Anonimo ha detto:

    Se possibile, vorrei pubblicarla su “La mosca cocchiera”. Firmata come decidi tu. Per referenze chiedi a Collino. Se non hai un filo diretto con lui, riscriverò. Grazie. IL.

  4. Anonimo ha detto:

    accidenti, l’hai scritta tu Adriana, la bidella che fa découpage e compone poesie con l’applauso convinto dei colleghi?

  5. Anonimo ha detto:

    pubblicatela dove volete, cari amici. è per Manlio. il permesso va chiesto a lui. magari fossi almeno bidella. scriverei con più serenità.
    clizia gallarotti_

  6. Anonimo ha detto:

    Gentile CLI, Collino benedice. Ma spero di parlarti prima via mail, previo “incolla” dell’amico Manlio. IL.

  7. Anonimo ha detto:

    , perchè con più serenità?

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