La balla la va al mercato

La Lega vorrebbe che la Cee tassasse le merci cinesi, che stanno rovinando le aziende europee a causa del loro costo bassissimo. Ma finché laggiù le cose resteranno come sono, il costo delle loro merci resterà imbattibile. Lo sanno tutti, ormai che il costo del lavoro là è ridicolo, e non ci sono contributi sindacali o pensionistici né altri oneri aggiuntivi per limitare infortuni e inquinamento. Il regime, pur cautamente orientato verso il libero mercato, tiene ancora le briglie ben strette sui diritti civili. Ne fan fede le migliaia di fucilazioni e le persecuzioni delle minoranze etniche, come quella tibetana. Ne fa fede il silenzio totale sul ventennale della strage di Piazza Tien An Men.

Anche nel vicino “paradiso rosso” vietnamita, i Montagnards, che rifiutano l’assimilazione culturale e politica da parte di Hanoi, subiscono da decenni una spaventosa pulizia etnica che è arrivata fino alla sterilizzazione obbligatoria delle donne. Altro che Chiapas! Altro che Gaza! Ma lassù non c’è nessun subcomandante Marcos pronto a ricevere i Bertinotti e i Minà in gita con telecamere al seguito, nessun emulo del Che disposto a cantare con loro “hasta la victoria siempre” fra tequila e tortillas. Solo Pannella se ne occupa, come sempre inascoltato.

E comunque non ci illudiamo che le frontiere fermino i popoli e le dogane i prodotti. Il nostro mercato occidentale ormai è viziato da un welfare che sarà impossibile mantenere, è strozzato dalla burocrazia ed è inquinato dalle truffe finanziarie, al punto che le imprese europee ed americane più sveglie guardano alla Cina e all’India come ai mercati del futuro, unici sbocchi per non chiudere. Sarà (lo è già…) una guerra epocale, e dovremo urlare al miracolo se resterà circoscritta al piano economico. Ma qui riempiono i giornali su Noemi, non hanno spazio per le cose serie. Tanto, come i danni da inquinamento e gli interessi passivi sui derivati firmati dal 70% dei comuni italiani, saranno i nostri nipoti a pagare gli sconquassi portati dal mescolarsi planetario di povertà e ricchezza.

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Una risposta a La balla la va al mercato

  1. Anonimo ha detto:

    …acutissimo pezzo, da prima pagina; di più: da copiaincollare su un file di Word, archiviare e rileggere con attenzione, soprattutto alla luce degli sviluppi futuri dell’economia. Un articolo così, oggi, pare eccessivamente visionario, ma, ne sono (purtroppo) certo, fra un lustro dimostrerà che le tesi in esso sintetizzate rappresentano un’anticipazione di ciò che avverrà. Non entro nel merito perchè ci sarebbero troppi aspetti salienti da analizzare, mi limito ad osservare che l’unica idea sensata per tentare di evitare la soccombenza dei nostri sistemi produttivi rispetto a quelli che caratterizzano la “Cindia” (o, per meglio dire, il c.d. “BRIC”) potrebbe consistere nella stipulazione di un nuovo accordo mondiale di politica monetaria, per così dire “ri-fondante” Bretton Woods, in modo da ancorare i tassi di cambio ad un paniere di monete e non più al solo dollaro; da ciò potrebbe derivare un consistente apprezzamento dello yuan che consentirebbe un incremento delle importazioni cinesi conseguente ad una riduzione delle esportazioni. A meno di immaginare, invece, una rivoluzione culturale che in Cina riesca ad esportare, più dei nostri prodotti, un modello sociale contraddistinto (come già riferito da Manlio) da: 1) quell’insostenibile Welfare occidentale che ci rende concorrenzialmente ridicoli rispetto alle tigri asiatiche e 2) quell’insieme di regole volte ad una spasmodica limitazione di tutte le attività anche solo potenzialmente dannose per l’ambiente.
    Ma la vedo dura…
    Saluti.
    Michele

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