Incrostazioni semantiche abusive

Oggi su FB c’era la lettera che il Pontefice Massimo attuale della Goliardia torinese ha mandato a La Stampa, per lagnarsi dell’ennesimo uso distorto fatto in quel giornale delle parole “goliardia” e “goliardico”. Ciò mi offre il destro di usare come post il pezzo che scrissi sul Borghese nel Luglio 1997 per analogo motivo. I riferimenti sono datati (quella volta ad essere definite “goliardiche” erano le presunte torture dei parà della Folgore in missione Onu in Somalia) ma la polemica linguistica è attualissima ed applicabile al pezzo della busiarda che ha offeso i goliardi oggi. Ecco dunque quanto scrissi.

E bravo Andreatta, che non sapendo cosa dire sul caso Folgore-Somalia ha pensato bene di trascinare nel fango la goliardia, di cui evidentemente (per formazione intellettuale, estrazione politica ed albagìa senile) non sa nulla. Ha pisciato fuor dal vaso, insomma, al punto da venir rimproverato addirittura dall’Osservatore Romano. Purtroppo se un Romano (l’Osservatore) lo ha ripreso in senso di “redarguito”, un altro Romano (il giornalista Sergio) lo ha invece ripreso in senso di “citato con approvazione”. Così la sua bella uscita di Bruxelles sulle torture (“la frontiera fra goliardia, teppismo e brutalità è meno evidente di quanto non si pensi”) è finita dai telegiornali alla prima pagina de La Stampa.

Giuliano Ferrara, nel tentativo di difendere Andreatta, ha peggiorato (se possibile) le cose nel suo fondo sul Foglio dei Fogli del 16/6, affermando che “egli non voleva affatto abbassare al livello di goliardia i fatti raccapriccianti….”. Dunque la goliardia, per Sor Giuliano, è ancora al di sotto delle torture, che almeno hanno nel male una loro turpe dignità. Più avanti l’elefantino passa a sostenere, bontà sua, che “la goliardia di caserma e il nonnismo sono fenomeni che entro certi limiti e a precise condizioni degenerative si possono apparentare alle peggiori violenze contro la persona”

La confusione e la leggerezza con cui questi “maîtres à penser” trattano il termine “goliardia” è disarmante. Dovrebbe riguardare un fenomeno sociale e culturale strettamente circoscritto all’ambiente universitario, invece viene degradato a sinonimo di “allegria scoordinata, giocosità puerile, pressapochismo” e tranquillamente applicato ai vari ambienti, per cui, oltre alla goliardia da caserma, ci sarà una goliardia bancaria, una goliardia ospedaliera, ecc…

E’ chiaro che sfugge ad essi il messaggio essenziale della goliardia, che è quello di non prendere mai troppo sul serio se stessi per potersi permettere di non prendere troppo sul serio gli altri. Che la goliardia non piaccia ad Andreatta lo possiamo anche capire: è un contabile, seppure di buon livello, e i contabili adorano i conti, non i canti. E’ anche un docente universitario, di quelli che fanno i cazziatoni in istituto, amano l’ossequio di colleghi e sottoposti, e vorrebbero solo allievi secchioni e violini da sfruttare come manodopera intellettuale gratuita per le loro pubblicazioni accademiche. Mettere in mutande una matricola è, secondo questo tipo di docenti, una tortura, ma non lo è la loro prassi di obbligare senza retribuzione i neo laureati in istituto alle più vili incombenze nella vaga prospettiva di una qualche sistemazione accademica.  I baroni alla Andreatta non amano gli studenti irrequieti e scanzonati come i goliardi, consapevoli dei loro diritti e pronti a rivendicarli in aula come in piazza, a suon di beffe. Quindi posso capire Andreatta e Ferrara, che sono perfettamente allineati alla cultura egemone del dopoguerra, ma mi è più difficile capire l’ex ambasciatore. Sembrava una persona intelligente, un giornalista colto e preparato, e invece accosta la goliardia alle torture con la stessa leggerezza di un idiota che identifichi la vita diplomatica nelle feste degli spot del Ferrero Rocher.

E non ci vengano a parlare di maltrattamenti imposti alle matricole. Può essere successo qualche volta che un anziano abbia calcato la mano, ma sono eccezioni rarissime, e comunque mai a livello di torture. Il concetto di “iniziazione”, di “noviziato” è antico quanto il mondo. Ancora oggi i novizi degli ordini monastici sono sottoposti alla disciplina più dura e provocatoria e alle mansioni più vili per saggiare l’autenticità della loro vocazione. Lo stesso avviene nelle scuole di addestramento di tutti gli eserciti, in special modo coi volontari dei corpi specializzati. Lo stesso, con le opportune modificazioni, avviene anche negli ambienti di lavoro. La burla al neo affiliato esiste persino nello sport, nelle squadre, nelle rappresentative nazionali, senza che nessuno se ne scandalizzi.

Il buffo, poi, è che a difendere la goliardia, con un articolo sul quotidiano ufficiale del Vaticano, è scesa in campo proprio lei, la Chiesa Cattolica, bersaglio storico delle nostre satire fin dai tempi dei clerici vagantes medioevali. E’ talmente assurdo, che ci viene da ridere, e di una bella risata noi goliardi siamo sempre grati. Anche a chi, come Andreatta, Romano e Ferrara, ci insulta senza saper nulla di noi.

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Una risposta a Incrostazioni semantiche abusive

  1. Anonimo ha detto:

    Bravo Manlio, e adesso vogliamo un pezzo sull’ “onda”. (mi ricordo la battutaccia di quello che era caduto nella merda fino al collo, e gridava disperato agli astanti: “non fate l’onda !”)

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