Kebab à la Voltaire

Le giornate continuano ad allungarsi e questo mi dà sempre un senso di contenuta allegria, che fa da contraltare alla sottile malinconia che mi coglie quando si accorciano. Eppure i giorni sono sempre uguali, 24 ore. Cambia solo la durata della luce. Forse il mio è un retaggio preistorico, di quando l’uomo intendeva per “giornata” quella parte del giorno in cui la luce gli consentiva di lavorare, cacciare, spostarsi. Al buio cercava soltanto di sopravvivere, protetto (ma solo da un milione d’anni in qua) da un fuoco di cui aveva fatto a meno nei precedenti tre milioni d’anni, prima di riuscire a domarlo. Fino a metà ‘900, in certe campagne italiane, l’orario di lavoro era “da luce a luce” e la paga era una grossa micca di pane.

Le mondine, fino ai primi anni di quest’ultimo dopoguerra, calavano a migliaia dal Veneto, per stare dall’alba al tramonto con le gambe a mollo nelle risaie, fra le zanzare. Il mangiare era poco, dormivano tutte insieme in afosi solai, e a fine monda la paga era un sacco di riso, che molte portavano a casa in spalla, ritornandovi a piedi. Questa non è preistoria, è vita delle nostre bisnonne. Ci pensavo proprio stasera mentre guidavo nel tramonto, e la sera torinese mi esibiva alpi nere e incendi di nuvole oltre i tetti. Avevo in corpo un ottimo “kebab”, piatto berbero di carne allo spiedo e verdure, gustato per 4 euro alla tavola comune d’una bettola araba di San Salvario. Servito da un oste nordafricano premuroso come nelle piole d’una volta, o nelle latterie, dove ti facevano l’uovo al paletto a qualsiasi ora.

Unico neo è stato il dover bere Coca Cola (niente alcolici lì, lo vieta Allah), però la lattina costava un euro, non tre come nei bar, o cinque come domenica al Country Club di Montecarlo, alla finale Nadal-Djokovic. Pensavo a questo lato positivo della nuova Torino multietnica, e ai problemi connessi alla diversa sensibilità religiosa degli immigrati, proprio mentre il formicolare della gente diretta a casa o all’aperitivo o agli ultimi acquisti al supermarket (aperto fino alle 21) spandeva intorno un’aria di festa pagana. Massì. In fondo siamo “la piccola Parigi”, e la Parigi laica e multietnica d’oggi, che vieta crocifissi e veli, non vale più una messa. La relega (dico la messa) a questione privata, ed è persino più giusto. Voltaire non è vissuto invano.

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4 risposte a Kebab à la Voltaire

  1. Anonimo ha detto:

    Ero venuto a conoscenza del fatto che non venissero venduti alcoolici perchè in assenza di licenze specifiche e costose si incorrerebbe nella chiusura immediata dell’esercizio. Saluti

  2. Anonimo ha detto:

    Caro Manlio,
    oggi ci sono molti bar nei quali si mangia con 8/10 €: primo, secondo, contorno, caffè ed !14 di vino o1/2 d’acqua. Non solo in provincia. Se pagare una merenda 5 € ed usufruire dei servizi di un oste cortese e premuroso (con la crisi sono tornati premurosi tutti) è sufficiente per giustificare la Torino irriconoscibile di oggi, sono molto triste.
    Hect

  3. Anonimo ha detto:

    caro Hect: fortunati voi che in città o provincia mangiate con 8/10€ compreso il caffè. io abito a verona, e meno di 10€ un unico piatto di primo con bibita non costa. quanto poi a definire “merenda” un kebab, sfido chiunque a cenare dopo averlo mangiato: piuttosto forse “merenda cenoira”! quanto alla cortesia, qualsiasi ne sia l’origine o il motivo, male non fa; e se viene da qualcuno al quale avremmo la pretesa di insegnare qualcosa, capisco che pizzichi un po’, ma avremmo dovuto dare il buon esempio, anzichè sempre essere supponenti. e comunque ci sono culture che, a qualsiasi livello sociale, danno alla cortesia ben più sostanziale valore di quanto non faccia la nostra così snaturata. cli_

  4. kjrsdfg ha detto:

    this blog looks great,i hope i can read your article very soon.

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