Mele

I mercati rionali mettono allegria. Le grida, la gente, i profumi, i colori… E poi diciamolo: convengono, alla grande. Stamattina a Porta Pila gli zucchini costavano 1 euro al chilo e da Cartier (così io chiamo il fruttivendolo del mio quartiere) 3,50. Certo, al mercato (e più questo è grande, come Porta Pila, più la regola è ferrea) devi saper comprare. Non ci devi andare la mattina presto (specie di sabato), quando i prezzi sono più alti, ma all’una o alla sera, quando ti tirano dietro la roba per finirla. Non ti devi ostinare a comprare ciò che avevi pensato e che magari quel giorno hanno in pochi, ma devi comprare quello che hanno tutti, perché costa molto meno: in genere ce l’hanno tutti proprio perché ce n’era in abbondanza ai mercati generali e già là i grossisti si facevano concorrenza.

Poi bisogna stare attenti ai soliti trucchi, come quello di spalettar rumenta da dietro mentre davanti il mucchio è di roba bella, o di mischiare seconda e prima scelta, roba vecchia e roba fresca. Le nostre mamme e le nostre nonne non ci cascavano mica. Giravano tutti i banchi per confrontare i prezzi prima di acquistare, mercandavano, esigevano l’assaggio, controllavano i pesi. Era normale: i soldi erano pochi, e andavano difesi con le unghie. Ecco. Dicono che è arrivata la crisi? Si bandisca un corso regionale da oculata massaia per le nostre ragazze. Sarà sempre meglio che un corso da velina, come ha bandito la regione Campania. Perché diventare veline è difficile, ma diventare povere facilissimo. E in quel caso è più utile saper comprare le mele che saperle dimenare.

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6 risposte a Mele

  1. Anonimo ha detto:

    Ganzo,’sto pezzo! Bravo Manlio, hai proprio ragione!
    Saluti.
    Michele

  2. Anonimo ha detto:

    Mia madre, a Porta Palazzo, comprava le arance senza la buccia. Erano un sottoprodotto della industria dolciaria, costavano meno di quelle normali e ci oermettevano di toglierci la voglia di frutta.
    Quale fine avranno fatto queste arance?
    Cesco

  3. Anonimo ha detto:

    oh Cesco! tanta fatica dovrebbero fare? di sbucciarle addirittura? ora le buttano, buccia compresa, perchè a regalarle rischia che qualcuno ringrazi con troppa riconoscenza. nel supermercato vicino casa (una catena, locale, ma pur sempre catena) vicino alle bilance vi sono sacchetti di frutta o verdura un po’ più raggrinzita, talvolta quasi marcia, dichiaratamente vecchia, rotta malamente, a prezzo “ridotto”, già pesati e prezzati. pure questo coraggio hanno, salvo poi buttare tonnellate nei container dell’ingresso posteriore. miglior figura farebbero, quei sacchetti prepesati, a metterli in un bel cesto in entrata: chi piglia piglia, come il caffè prepagato dei napoletani. cli_

  4. Anonimo ha detto:

    Le arance senza buccia, Cesco! Che flashback! Anche mia madre le comprava. Ma non erano senza tutta la buccia. Mancava solo la scorza aromatica arancione, superficiale. Le dovevi ancora sbucciare, per mangiarle, e dentro erano ancora buone e fresche. Fossero state completamente sbucciate sarebbero seccate in poche ore. Però fa tenerezza pensare come allora non si buttasse via niente, e come la gente non si vergognasse di fare economia. Nel 1950 mio padre aveva la 1100, l’azienda con 20 dipendenti, la cameriera e la cuoca. Eppure mia madre andava col tram a far la spesa al mercato. Andava tardi, così faceva “i blocchi”, come li chiamava lei. Senza vergognarsi neppure un po’ che le altre donne del quartiere la vedessero comprare gli aranci “sbucciati” e la criticassero. Era stata allevata così. E a casa i “blocchi” (frutta e verdura un po’ tocca) venivano subito lavorati sapientemente. Aiutavamo anche noi. Si facevano minestroni, marmellate, burnìe di frutta sciroppata per l’inverno, si metteva la roba sott’olio e sott’aceto. E le uova al silicato, te le ricordi le uova al silicato? Mamma ne comprava a centinaia quando le galline “facevano” e le uova costavano poco, poi le immergeva in quella roba gelatinosa e bianca, il silicato di non so cosa, dove duravano per mesi, fino a Natale. Grazie per il bel ricordo, Cesco

  5. Anonimo ha detto:

    Caro Manlio, per completare il quadro si dovrebbero ricordare le ” galette rute” sottoprodotto del biscottificio, poi ” ‘l culatun del giambun” cioè la rimanenza invendibile del procsiutto che la proprietaria della salumeria dava a mia madre,commessa, tutte le sere di sabato, al termine della settimana di lavoro.
    Poca cosa ma molto apprezzata.
    Cesco

  6. batzorigstrong ha detto:

    You write very true and vivid!

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