Retrogusto di pietra focaia

A Torino c’è crisi in tutti i negozi alimentari, bottiglierie e ristoranti, ma non ad Eataly, sempre pieno di gente che mangia, beve e compra. Il cibo tipico è diventato trendy, saperlo riconoscere è uno status symbol. L’effetto collaterale è che l’artigianato (lavoro di pochi per pochi) è finito in mano all’industria e alla grande distribuzione. E lì ci fregano: coltivazione intensiva, raccolta e vinificazione meccanizzata, aiuti chimici, marketing di massa, ma prezzi da boutique di lusso. Come se la Yamaha vendesse le sue chitarre fatte in serie al prezzo dei liutai cremonesi.

Quando la Cee negò la DOP a 17 vini storici italiani (tra cui l’Amarone) liberandone l’etichetta ai paesi terzi, qui scrissero che “rubare il marchio a un vino, un pane o un olio fatti con antichi metodi ed esperienza millenaria è come rubare la vita, la storia, la patria e l’identità a un popolo”. A parte che mi sembra esagerato ridurre patria, identità e storia al bere ed al mangiare, noi abbiamo le nostre colpe, perché le specialità vanno davvero prodotte “con antichi metodi”, e difese con forza. I francesi ci vietano di scrivere sui nostri brut “metodo di fermentazione champenois”. Noi gli lasciamo chiamare “Parmesan” la loro sciapa imitazione del grana. A Torino non siamo stati neanche capaci a tutelare il marchio “grissino”, tanto che nel mondo si trovano mille tipi di bastoncini bisunti chiamati abusivamente “grissini torinesi”.

Ma prima di prendercela per la mancata tutela dell’Amarone e dei “grissini robatà” dobbiamo renderci conto che la maggior parte dei ragazzi, oggi, non sa neppure cosa siano, quel vino e quei grissini. Ben vengano, per questo, i Saloni del gusto e i negozi come Eataly, ma ricordiamoci che la maggior parte delle famiglie non se lo può permettere, l’Amarone. Quando gli enosapientoni si decideranno a reclamizzare la civiltà del vino e a favorirne il consumo di massa, come abitudine alimentare quotidiana, invece di rivolgersi alle élites disquisendo di etichette, annate, barriques e “retrogusti di pietra focaia” (??), sarà forse già troppo tardi.

 

 

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2 risposte a Retrogusto di pietra focaia

  1. Anonimo ha detto:

    A completare il quadro posso dire d’aver visto, in un supermercato, le bottiglie di vino Californiano a prezzi competitivi.
    Sono sicuro che, dietro quelle botttiglie, vi è un discendente di qualche emigrante Monferrino.
    Cesco

  2. Anonimo ha detto:

    La conclusione del post di Manlio è sacrosanta e riporta ad un altro suo bellissimo pezzo, nel quale egli ricordava, giustamente, come il successo della birra fosse legato all’idea (vincente) di reclamizzare quel prodotto sdoganandolo come bene di consumo quotidiano, anzichè come bevanda d’importazione, quasi si trattasse di un alcolico “esotico”. “Chi beve birra campa cent’anni”, ammiccava sornione Renzo Arbore, nella semplicità di una reclamizzazione in grado di bucare il video. Perchè non utilizzare lo stesso stile pubblicitario con il vino? In fondo stiamo parlando di un prodotto che nasce come alimento, non come intrattenimento modaiolo: il vino andrebbe, cioè, bevuto in “gotti” pasteggiando, non servito in calici, nei “Wine Bar” (che cazzo sono? ero rimasto alle nostre osterie…), a mezzanotte, prima di andare in disco, manco la barbera nostrana fosse un cocktail.
    Michele

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