Ij zaràf dël Fila

Certe volte lo sguardo che spazia in alto viene agguantato dai pensieri e riportato a terra, ed anche il cuore viene messo a cuccia da una mente che non vuole distrazioni, perché è stata trafitta dall’intuizione, e in quel momento sta capendo cose prima incomprese. Succede sempre più spesso, con l’avanzare degli anni. Come quando al Balon vedevo il gioco della pallina nera sotto i tre campanelli, e restavo in disparte a spiare la recita dei zaràf (compari), le loro false puntate e tutta la commedia, dalla pastura all’individuazione del pesce, al getto dell’esca, fino allo strattone finale, con la vittima sbigottita.

Ogni volta, però, mi allontanavo da quel capannello vergognandomi un po’, come se avessi letto il diario di mia figlia o avessi frugato nel portafogli di mia moglie. C’era in quel mio sostare un voyeurismo torbido, che inutilmente tentavo di sdoganare con scuse intellettuali, della serie “è folklore, lezione di vita, archeologia del raggiro, almeno lì c’è abilità, non come nei videopoker dei bar, eccetera”.  Era un po’ come quando vedi che Costanzo fa il moralista, e poi invita sul palco personaggi dediti a perversioni sessuali d’ogni genere per scavare con finta indignazione o artificioso stupore nei risvolti più pruriginosi dei loro vizi. E tu capisci che ci marcia, ma guardi lo stesso. Come quando L’Unità, quotidiano d’un partito che ha sempre tuonato contro il condono fiscale, ne usufruì, incurante di fare la figura del prete che va a puttane. I suoi lettori lo capirono, ma tacquero.

Così, a forza di capire, il cuore se ne resta a cuccia e non abbaia più, e il rifiuto morale scaturisce solo dal cervello, che non è la stessa cosa. Prendete il caso del Filadelfia, il tempio granata, il campo in cui giocava il Grande Torino. Fu demolito negli anni ’90 per ricompensare Cimminelli (con la speculazione edilizia su quel terreno) del favore fatto agli Agnelli tenendo fermo il toro mentre la zebra gli scippava la sua metà di Delle Alpi. Proteste, digiuni, marce e fiaccolate dei tifosi furono inutili: nel Palazzo erano tutti d’accordo, politici e dirigenti sportivi. Tutti zaràf. Venghino, siòri. Sotto quale campanello è il Fila? Questo? Lei dice questo? Quanto punta? Metta qua, soldi sul banco, non in mano… ecco…. Alzo? Peccato! Lei ha perso. Niente più stadio, neanche piccolo. Ci sono solo erbacce, per ora. E domani palazzi.

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2 risposte a Ij zaràf dël Fila

  1. Anonimo ha detto:

    tu, che hai scritto le prime 5 righe di questo “diario commentato”, che hai sublimato e oltrepassato quel che ha scritto Nietzsche, che solo chi ha il caos dentro di sè può vedere la stella fiammeggiante, che ti angusti a fare… girasole_

  2. appropo' ha detto:

    cuma a peudría avei dit Luciano Battisti:
    “ti ciámie, se ‘t veule, epifanie…”

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