Copyright = diritto di copiare?

Sul bellissimo blog “Appropò'” di Eddy Ottoz (http // http://www.eddyottoz.com), sempre disseminato di citazioni mai banali, ho trovato questa di John Perry Barlow: «Forse che Bach, Michelangelo o Platone non hanno “creato” perché operavano in assenza di copyright?
I geni e i talenti sono intelligenti abbastanza per trovare un modo per farsi pagare. Sono la mediocrità e il parassitismo che devono farsi proteggere.
Ed è proprio questo che le attuali leggi sul copyright finiscono per proteggere». Secondo me si tratta di pura provocazione intellettuale. Non lasciatevi trarre in inganno dai tre nomi altisonanti buttati lì a caso da Barlow come per sottintendere che oltre a quelli potrebbe citarne mille altri. E’ facile verificare che nella storia sono stati molto più numerosi i talenti misconosciuti e i geni sfruttati di quelli che hanno saputo farsi pagare.

Pensate solo al (relativamente) moderno fenomeno dei gost writers (scrittori fantasma), e sappiate che esiste anche quello dei ghostmusicians e dei ghostpainters. Cosa sono? Facile spiegarlo: da quando il mercato fa l’arte e non viceversa, succede che artisti di grande successo (e pochi scrupoli) si servano, se la domanda di loro opere supera la loro capacità produttiva (o anche solo se sono in “crisi d’ispirazione”) di geni anonimi (detti anche “negri” in gergo) che per pochi soldi scrivono, dipingono o compongono con lo stile del committente, creando capolavori che poi lui firma e vende a prezzi altissimi. E non c’è solo questa vera e propria degenerazione della creatività a smentire Barlow. Molti premi Nobel hanno sfruttato il lavoro di colleghi e assistenti, geni “incapaci di farsi pagare”. Bell rubò a Meucci l’invenzione del telefono, lasciandolo crepare in miseria, amareggiato.

C’è un caso curioso, in argomento. Provate a dare un parere, prima di leggere come è andata a finire. Un quintetto musicale inglese nato negli anni ’60, gli “Yes”, perdette nel corso dei decenni successivi i suoi membri, che man mano vennero rimpiazzati, come succede in questi casi (capitò anche ai Beatles). Dopo molti anni, quattro vecchi membri del gruppo si ritrovarono e si rimisero insieme. Si battezzarono ovviamente “Yes”: in fondo erano quattro quinti del gruppo originario, e rivendicavano per questo l’identità iniziale. La cosa finì in tribunale. Avete fatto la vostra scelta? Secondo voi vinsero la causa? La risposta è no. Il quinto ed ultimo membro della formazione originaria, sempre rimasto nei vecchi “Yes”, sostenne che solo la sua presenza ininterrotta dalla fondazione in poi dava reale identità al gruppo, indipendentemente dalle sostituzioni degli altri. E il giudice gli diede ragione. Chiedo a Barlow: era il quinto un mediocre parassita bisognoso d’esser difeso dal tribunale, o lo erano gli altri quattro, che dopo aver provato invano a sfondare come solisti hanno cercato di fregarlo?

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2 risposte a Copyright = diritto di copiare?

  1. appropo' ha detto:

    allora ti piacerà anche quest’altra di Barlow, Manlio:
    “Governi del mondo industriale, a nome del futuro, chiedo a voi del passato di lasciarci in pace.”
    E’ tratta dalla Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio, per cui Barlow fu soprannominato il Thomas Jefferson del cyberspazio.

  2. Anonimo ha detto:

    Grazie della puntualizzazione, Pingoss. Evidentemente la mia fonte aveva visto quel concerto e si sbagliava sulla formazione-base. Mi inchino e correggo, riconoscendo che di musica rock non ne capisco un cazzo.

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