Tut a ven a tàj, fin-a j'onge për plé l'àj (tutto viene a taglio, persino le unghie per pelare l'aglio)

Mercanteggiare, lo si fa tutti, nella vita. Una volta la trattativa, breve e serrata o lunga e laboriosa, era parte integrante d’ogni transazione economica, dall’acquisto d’un uovo alla paga nel lavoro. Merci, prestazioni, dote della moglie, tutto era oggetto d’estenuante e scaltro mercanteggiamento con mosse, contromosse, finte… Ancheuj as marcanda meno, ma il vecchio rito resiste nella compravendita dell’usato. I giornali che se ne occupano come “Secondamano” e “Tuttoaffari”, oppure i numerosi centri d’esposizione di oggettistica e abbigliamento usati in conto-vendita, hanno successo in tutta Italia. Per gli economisti è un male. Il sistema esige che si consumi, si butti e si ricompri. Niente riciclaggi, bisogna far “girare la valuta”. Lo diceva anche quello spot della casalinga che non faceva un cazzo tutto il giorno e poi si beccava un “brava!” dal marito perché aveva comprato il dentifricio. Anche quello del tizio che aveva la borsa della spesa in mano e tutti, per strada, gli dicevano “grazie”. Se no, spiegano gli esperti, l’economia va in stagnazione o addirittura in recessione. Pochi consumi = pochi investimenti = crisi.

Sarà pur vero, ma io non riesco ad abituarmici. Per buttar via qualcosa, devo proprio violentarmi. E naturalmente trovo mille motivi per non farlo, il più valido dei quali è che ogni oggetto, anche rotto e inservibile, è intriso di ricordi, parla di chi l’ha posseduto ed usato (spesso anche amato), ed è un biglietto d’andata e ritorno per il passato sul fantasy express. Per questo mi fa allegria il mercato delle pulci torinese, da tempo immemorabile chiamato Balon. E qui parlo del vero Balon, che non è quello pretenzioso e costoso della seconda domenica del mese (chiamato pomposamente Gran Balon), ma quello umile del sabato, nella viuzza dietro il vecchio Arsenale dei Savoia.

E’ un “mercatino” con la roba buttata per terra alla buona su teli di plastica, un suk fatto ormai quasi solo da slavi ed africani con roba frugata nei cassonetti, nelle discariche, nelle cròte. E lì si mercanteggia. Lì, come una volta, ti fanno il prezzo dopo averti ben guardato, a seconda di chi sei. Ma quando penso che per molti immigrati clandestini quello è un cespite, e spesso il più importante, quando rifletto che si alzano alle tre del mattino e stanno lì fino a sera al gelo o al solleone per racimolare pochi euro, mi passa la voglia di “marcandé”. Compro o non compro, ma non “tiro”. Quello che ci rimetto in moneta, lo guadagno in minor rimorso.

 

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5 risposte a Tut a ven a tàj, fin-a j'onge për plé l'àj (tutto viene a taglio, persino le unghie per pelare l'aglio)

  1. appropo' ha detto:

    Manlio, ti piace anche il “balùn d’essai”, la tentata vendita in un mercato popolare ‘d Turin…

  2. Anonimo ha detto:

    E’ proprioì vero che non riesci a buttare via nulla , anche se non serve più …Fa comodo tenere tutto , non si sa mai ..in caso di bisogno… EVVIVA L’EGOISMO !

  3. Anonimo ha detto:

    Non direi egoismo. Direi, piuttosto, timore per il futuro, timore che ti manchi la terra sotto ai piedi. Così cominci ad immmagazzinare tutto finchè ti accorgi che quello che è stato accuratamente tenuto, nella maggior parte, non serve a niente.
    Se sei un poco saggio chiami l’Amiat.
    Cesco

  4. Anonimo ha detto:

    …ogni oggetto anche rotto e inservibile
    è intriso di ricordi, parla di chi l’ha
    posseduto e usato, a volte anche amato..
    …… non si possono buttare i ricordi.

  5. Anonimo ha detto:

    E’ vero, tutto ricorda qualcosa.
    Ho voluto fare il duro ma conservo ancora i miei quaderni usati nelle scuole elementari.
    Cesco

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