E volarono gli stracci di seta e cashmère

Oggi meno (con tutte le vaccate che hanno fatto o stanno facendo Prodi, Veltroni, Di Pietro, Bassolino, Jervolino e il resto della macchina da guerra finita in panne, è appena normale), ma fino a qualche tempo fa molti mi scrivevano dandomi del servo sciocco: secondo loro ero troppo prodigo di inchini verso il padrone di Arcore e di livore nei confronti della Fiat e degli Agnelli. A costoro ho sempre risposto che, a parte il fatto che il Cav. non ha mai messo sul lastrico nessuno mentre la Fiat sì (e continua a metterne…), io non riesco a odiare una persona solo perché qualche tratto della sua vicenda umana non va. Odiare è tipico dei fanatici rossi, come i comunisti alla Diliberto, per i quali chi dissente è un nemico da far tacere e, se possibile, da eliminare. Al limite da riconvertire, dopo avergli lavato il cervello, averlo costretto alla famosa “autocritica” e averlo mandato a meditare per qualche anno in Siberia.

Ma siccome io non sono né comunista, né fanatico, né disposto a farmi etichettare, mi ritengo libero di sfottere chiunque, a cominciare (come goliardo) da me stesso. Dell’Avvocato, per esempio, ammiravo il carisma, anche se bisogna riconoscere che era facile averlo con tutti quei miliardi (ereditati) in tasca. Ma non era, il suo, un carisma da vero condottiero: era piuttosto un consapevole e narcisistico charme da miliardario annoiato. Già nel lontano 1985 Beppe Turani scriveva: «La grande famiglia non è affatto succube dell’Avvocato. La leadership indiscussa che lui esercita ha una precisa contropartita: il buon andamento degli affari. Nessuno degli agnellidi dice niente fino a quando la finanziaria di famiglia distribuisce regolarmente il suo dividendo. In caso contrario, spuntano le unghie».

La prova di ciò è nelle cifre: persino nei roventi anni ’70, a fronte della crisi del petrolio, del sindacalismo spaccatutto e dei conseguenti passivi spaventosi della Fiat, l’Ifi assicurò sempre e comunque lauti dividendi ai parenti-serpenti, ricorrendo alle riserve o ad incredibili funambolismi di bilancio. Ancora dieci anni fa, nel ’99, con la Fiat pre-Marchionne in coma, Gianni distribuì alla famiglia 25,9 miliardi di lire. Nel 2000, 55,6. Nel 2001 ancora 30,6, pur a fronte di un buco Fiat di 1582. Poi i due fratelli morirono, e quando qualcuno cominciò a parlare di vendere i gioielli del gruppo, scoppiò la guerra, nella dinastia dei Von Kisontal (in tedesco “della Valchisone). Fra Margherita e la madre volarono persino gli stracci, a proposito dell’eredità nascosta di Gianni.

E adesso che il titolo (risucchiato nel gorgo della crisi euro-americana dell’auto dopo l’effimera ripresa Marchionnesca) è ri-crollato, la famiglia litiga coi vecchi saggi (Gabetti, Grande Stevens…) che l’eredità nascosta sanno dov’è. Visto che non c’è più pane, la dinastia reclama le brioches. Come puoi negare le brioches a gente che si chiama Lupo, Leonello, Nuno, Brando, Tassilo, Oddone, Lapo e deve litigarsele con Priscilla, Samaritana, Aniceta, Ira, Sole, Allegra Delfina e Argenta? Almeno Berlusconi la figlia l’ha chiamata Marina.

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Una risposta a E volarono gli stracci di seta e cashmère

  1. appropo' ha detto:

    e, malgrado le accuse di populismo, Marina, non Marina di Massa

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