Tutti portati dalle cicogne

Oggi la memoria “minore”, quella legata alle nostre vicende private, la si tramanda meno (purtroppo) per opinabili ragioni, come i ritmi di vita accelerati e i mutati rapporti fra generazioni cui la società si è piegata. Oltretutto, grazie a Tv e Internet, è facile per tutti accedere all’informazione, e la maggiore importanza data ai giovani fa sì ch’essi apprezzino di meno i ricordi dei vecchi. Per millenni il ruolo dell’anziano fu basilare nel tramandare oralmente ciò che l’analfabetismo non avrebbe permesso di trasmettere altrimenti. Né la scolarizzazione degli ultimi tempi sminuì, fintanto che l’evoluzione tecnologica rimase lenta, l’importanza dei vecchi nel tramandare il know how delle lavorazioni agricole e artigianali.

Adesso invece un anziano che non abbia confidenza col computer è tagliato fuori, e viene guardato con sufficienza. A fronte di ciò, sempre più spesso i giovani ignorano il nome ed il mestiere dei loro bisnonni, e devo dire che non glie ne frega più di tanto. Ne ho avuto la conferma chiedendolo ai giovani Collino con cui ho stretto amicizia su Facebook, iscrivendomi al gruppo “Collino nel mondo”. Ciò non sarebbe un guaio grave (intendo il fregarsene di sapere poco o nulla dei propri avi) se non fosse che questa mancanza di senso delle radici comporta anche un generico disinteresse per la storia  e una perdita della visione verticale del tempo. Oggi si tende ad averla orizzontale, l’idea di tempo, vivendo in una frenetica, globale contemporaneità senza passato. Ma di questo radicamento debole prima o poi si paga il conto, in termini di carenza identitaria, disagio esistenziale e smarrimento.

Per rimediare, ognuno dovrebbe lasciare ai propri discendenti i suoi ricordi scritti, o anche solo registrati su nastro. Date, aneddoti, vicende, dimore, ritratti, note sul lavoro… e i discendenti a loro volta dovrebbero tramandarli alle generazioni successive, uniti ai loro. Ma è una cosa che capiamo solo da vecchi, quando ci prende (finalmente) la curiosità di sapere qualcosa di più sui nostri antenati (magari per ricostruire l’albero genealogico della famiglia e lasciarlo in eredità ai nipoti), ma non troviamo nulla di scritto, e i testimoni orali che ci potrebbero fornire le notizie che cerchiamo sono ormai morti da tempo.

L’ho provato sulla mia pelle. Mio nonno era un musicista e direttore d’orchestra abbastanza noto, che nel 1898 diresse una sua opera dal podio della Scala, ma suo padre era solo un gamalo (facchino) analfabeta di Pinerolo. Il poco che so di loro (morti prima che nascessi) l’ho sentito da “mare granda” (la nonna), dalle “magne” (le zie) e dai “barba” (gli zii), spesso origliando, perché una volta, quando i grandi si raccontavano storie piccanti o dolorose del passato, mandavano le “gorbe” (i bambini) a dormire o a giocare in cortile. Niente di scritto. Eppure pagherei oro, adesso, per sapere di più. Per trovare anche solo la decrizione di una giornata di lavoro di mio bisnonno Spirito Collino, classe 1801, professione gamalo.

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Una risposta a Tutti portati dalle cicogne

  1. Anonimo ha detto:

    Caro Manlio, non sei il solo che pagherebbe per poter udire i proprii avi narrare particolari della loro vita. Penso a mio padre ed a mio nonno quando emigrarono negli USA.Conosco qualche notizia ma è poca cosa.Spero di poter far conoscere a mio nipote qualcosa di più su di me.
    Siatemate le vecchie ferite?
    Auguri
    Cesco

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