A s' fà an préssa a dì bonsens

Il buonsenso è come l’amore: tutti sanno che esiste, tutti sanno cos’è, ma appena scavi a fondo scopri che ognuno ne ha la sua idea personale. Il bello è che, non essendoci modello, archetipo o brevetto, tutti hanno ragione. La legge cita espressamente nei suoi codici il “buonsenso del padre di famiglia”. Riflettiamoci. Intanto, indicandone un tipo, dà per scontato che ce ne siano diversi, ed è come se ci invitasse a chiarire cosa vogliamo intendere NOI per buonsenso. Perché parlarne sembra facile, ma è complicato. Attribuirlo al “padre di famiglia” è già un’evidente (anche se comoda, e spesso necessaria) semplificazione. Il buonsenso non appartiene mai ad un’intera categoria, o fascia d’età, ma solo a certi individui all’interno di esse. Quindi chi vuol farsi capire con chiarezza cita il ‘paterfamilias’, ma solo come riferimento storico. Perché in quella figura, almeno una volta, era più facile trovarlo.

Oggi che il genitore di stampo patriarcale si è quasi estinto, e sta per sparire anche la sua versione light (quella ante ’68), il giovane papà è in piena crisi di ruolo, pizzicato fra problemi di carriera, piatti da lavare e pannolini da cambiare. Altro che paterfamilias, altro che scrigno di buonsenso! Il maschio, all’interno della coppia occidentale moderna, è già tanto se non va fuori di melone, perché è quasi sempre nevrotizzato da una partner ipercompetitiva e messo in ansia da un diritto di famiglia che sa sbilanciato in favore di lei. E non solo: è spesso contestato anche dai figli, quindi costretto a negoziare ogni dettaglio della vita comune.

Secondo le regole comportamentali più moderne, per giunta, voler cercare il buonsenso solo nei padri è “politically uncorrect” verso le madri, le donne in generale, i single, i gay. A questo punto vien da chiedersi se non sia meglio frugare nell’atto di nascita, invece che nello stato civile. Andare, cioè, per fasce d’età. Chi lo fa (e sono molti), di solito scarta i giovani, in quanto li giudica fatui, instabili, facili prede delle passioni, e sceglie gli anziani. Però questi ultimi non saranno magari accecati dalle passioni, ma lo sono spesso dai pregiudizi, dalle suggestioni, dalle superstizioni e da altri retaggi pseudoculturali. Senza contare le loro frequenti  patologie mentali (depressioni, sindromi maniacali, nevrosi, paranoie, aterosclerosi, forme varie di demenza senile…).

Se i giovani non offrono garanzie di buonsenso per certi versi (immaturità, complessi, pressioni ormonali, eccessi di emotività) gli anziani non le offrono per certi altri. Lasciamo l’anagrafe, allora, e proviamo a cercarlo nelle professioni. Prendiamo i giudici, ad esempio. Loro dovrebbero averne molto, di buonsenso, e usarlo sempre. Invece non è così, purtroppo. Sono uomini anch’essi (giovani, maturi, anziani…) con tutti i difetti di quelle età. Ma dunque, se neppure i giudici ce l’hanno con certezza, dov’è il buonsenso, dove càspita si trova quest’araba fenice? 

E’ semplice, e chiaro allo stesso tempo. Sta in noi. Ognuno di noi, ammettetelo, pensa: “Io so bene che cos’è il buonsenso, e ne possiedo in abbondanza. Magari non lo uso proprio sempre, perché rende la vita un po’ noiosa. Però so che, se voglio…”

 

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Una risposta a A s' fà an préssa a dì bonsens

  1. thursday ha detto:

    Your blog is so different from us, very nice.

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