La memoria è il frigo della vendetta

Dopo il post di ieri sul lombrico-rapa e sui tentativi vani ed ipocriti di mettere in ordine etico le stragi della storia, mi sono arrivate molte mail con segnalazioni di stragi recenti ed antiche che sono state dimenticate, o ridimensionate, o addirittura negate da chi le ha compiute. I testimoni di Geova uccisi da Hitler, gli armeni sterminati dai turchi, i pellirosse ammazzati dai coloni in Nordamerica, gli schiavi negri rapiti in Africa occidentale e venduti al di là dell’Atlantico (non solo in Nordamerica, ma anche nel Centroamerica, nelle isole caraibiche e in Sudamerica), le popolazioni precolombiane sterminate dai conquistadores… A volerli citare tutti, la lista diventa così lunga che non basterebbe neanche l’intera “giornata della memoria” per leggerla. E dico solo leggerla, senza fare precisazioni o commenti. Eppure bisognerebbe farlo, perché non si possono stilare classifiche d’importanza, né depennare morti “per intervenuta prescrizione”. Bella domanda, poi, questa: quanto tempo deve passare perché si possa dichiarare prescritto e dimenticabile un genocidio?

Da una parte l’immensità della lista rende nitida (per chi sa di storia) la malafede di chi vorrebbe ricordarne solo una parte per servirsene a scopo strumentale. Dall’altra ci si accorge di quanto sia difficile comunque avere una memoria “neutra”, cioè intellettualmente vergine, capace di commuoversi al ricordo degli ebrei eliminati nei lager con la stessa intensità con cui si commuove per i boscimani sterminati dai coloni in Australia. E’ davvero molto, molto difficile. Se uno è ebreo, poi, quasi impossibile. Ed ecco allora che si fanno classifiche, i morti nostri o altrui, i caduti dalla parte giusta o sbagliata… E’ una cosa da pazzi o da santi riuscire a dimenticare sul serio la violenza patita. Un proverbio piemontese dice: “ël mal a ven a caval e a va via a pé” (il male arriva a cavallo e se ne va a piedi). Per i torti subìti, cioè, la memoria è lunghissima ed è indigesto e lento non dico il perdono, ma anche solo l’oblìo. Quelli inflitti agli altri li dimentichiamo presto, invece, e il perdono da parte di coloro che abbiamo offeso ci pare doveroso e scontato.

Basta vedere le sinistre, che ce la menano ancora dopo sessant’anni sul fascismo (che non esiste più), ma chiedono, dopo neanche trent’anni di “mettere una pietra sopra” i delitti dell’antifascismo militante e delle BR (che pure sono ancora attive, e firmano a tutt’oggi proclami ed attentati). Certe catene che girano su Internet a proposito dell’Olocausto, certi discorsi fatti alla stazione di Bologna, a Stazzema o alle Fosse Ardeatine chiedono che la memoria non si spenga, che venga tramandata e conservata dalle nuove generazioni, ma la memoria del male, se non è legata al perdono, serve solo a perpetuare l’offesa, e quindi ad alimentare il desiderio di vendetta. Se la vendetta è un piatto che si mangia freddo, la memoria è il frigo che lo conserva. 

La voglia di “fargliela pagare” finisce sempre per contagiare anche le persone non coinvolte dall’offesa originaria, perché la sua rievocazione suscita rabbia condivisa e solidarietà. Ogni volta che rileggi le porcate fatte agli Incas da Pizarro, ad esempio, gli spagnoli ti diventano un po’ più antipatici, anche se quelli di oggi c’entrano ben poco con lui. E’ la tremenda forza del male, questa, che reclama vendetta ancora dopo secoli, e lo fa per rigenerarsi. Soltanto Cristo additò un’alternativa (offri l’altra guancia a chi ti schiaffeggia), ma fra i suoi precetti, ahimé, questo risulta il più difficile da seguire.

 

 

 

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Una risposta a La memoria è il frigo della vendetta

  1. Anonimo ha detto:

    All’interno di questo post, è scritta una frase che dovrebbe venire incisa su tutti i testi di storia adottatati in qualsiasi scuola (primaria, secondaria e, finanche, universitaria). La frase in questione, tanto vera quanto politicamente inaccettabile dalla miope cultura rossa dominante in Italia, è questa: “la memoria del male, se non è legata al perdono, serve solo a perpetuare l’offesa, e quindi ad alimentare il desiderio di vendetta”, a cui segue solita brillante metafora, peraltro racchiusa nel titolo. Si tratta di una considerazione sacrosanta, ma ritenuta (a torto) così politicamente scorretta da imbarazzare, spesso, anche gli interlocutori più aperti di mente. A me è capitato più volte di sostenerla, suscitando sprezzante sdegno. Inoltre, sempre in merito ai temi trattati nel pezzo in commento, non ho mai capito che cosa diavolo vogliano sottintendere coloro che, ad esempio, asseriscono: “L’Olocausto deve essere sempre ricordato, onde evitare il ripetersi di una simile tragedia”….??? Sarebbe a dire? Che se non me lo ricordassi e, per assurdo, qualora la citata tragedia non fosse mai accaduta, il fatto di non averla ben impressa nella memoria implicherebbe ineludibilmente la sua verificazione? Mi pare quantomeno riduzionistico, sotto il profilo eziologico. Senza contare che, nel caso di specie, l’irrilevanza del numero dei morti di cui si diceva ieri è davvero tale, proprio in ragione dell’enorme rilievo etico-sociale, prima che storiografico, che assume la questione. In altre parole, l’Olocausto andrebbe sempre valutato, da un punto di vista esclusivamente morale, come un enorme e buio dramma umano, prescindendo del tutto dalla sua contestualizzazione storica, che eticamente non ne amplifica e non ne sminuisce l’abnormità, perlomeno qualora si faccia riferimento ad una strutturata cultura giusnaturalistica in grado, in ogni epoca, di offrire gli strumenti necessari ad evitare catastrofi simili in assoluto, prescindendo, cioè, da qualunque comparazione spazio-temporale con altre vicende analoghe.
    Saluti.
    Michele

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