Don Bosco e i maomettani

A Bologna un tranviere ha fatto scendere un immigrato sorpreso senza biglietto, insultandolo. Michele Serra su Repubblica ha definito il funzionario “Kapò in fuga dal terzo Reich”, e L’Atc lo ha sospeso. A nulla sono valse le sue spiegazioni, né il fatto che, prima di reagire verbalmente, fosse stato a sua volta insultato pesantemente dall’extracomunitario. A Milano l’Atm (l’azienda tranviaria) ha speso migliaia di euro, insieme a Comune, Regione e altri Enti pubblici, nella mostra fotografica “Migrart, identità e culture di una metropoli multietnica”: pittoresche foto di immigrati ritratti sui mezzi pubblici meneghini.

Peccato che quasi tutti questi personaggi viaggino senza pagare, e se scoperti reagiscano furiosamente (vedi sopra). Peccato che nelle grandi città italiane i mezzi pubblici siano pieni di borsaioli rom, di bambini mendicanti e suonatori di fisarmonica, di scippatori e di pusher maghrebini ubriachi. Perché non mettere nella mostra qualche foto anche di costoro? Avete idea del casino che combinano gli extracomunitari da quando si sentono forti e spalleggiati dalle sinistre?

A Torino, nella notte di capodanno 2003, si scatenarono letteralmente, lanciando razzi ad altezza d’uomo, tirando botti sul palco del concerto in Piazza San Carlo, litigando ubriachi, brandendo bottiglie rotte, vagando a branchi, pisciando ovunque, palpando per sfida anche le ragazze accompagnate, mandando i loro bimbi fra la folla a borseggiare fino all’alba. Bèh: sono passati cinque anni, ma il mese scorso, per festeggiare la fine del Ramadan, hanno fatto lo stesso nei quartieri ormai mussulmani di San Salvario e Porta Palazzo.

Chissà che effetto avrebbero fatto su Don Bosco. Lui non ci andava mica leggero con le maledizioni. Alla perpetua che scacciava i suoi ragazzi dai prati intorno alla parrocchia di Valdocco disse: «Lei si arrabbia tanto, e non sa neanche se arriverà a domattina». Non ci arrivò: schiattò per ictus quella stessa notte. Ai Savoia, responsabili di avallare la politica di requisizione dei beni ecclesiastici, predisse disgrazie per quattro generazioni, e puntualmente…

Il vecchio Agnelli, il papà del Senatore che fondò la Fiat, l’aveva capito, e infatti Don Bosco era di casa a Villar Perosa, e non tornava mai indietro a mani vuote. Naturalmente giunse l’ora di presentare il conto ai Salesiani, e lo fece il Senatùr negli anni ’30. Il fabbricone del Lingotto era nuovo di zecca, eppure si era capito subito che era nato vecchio, con la sua concezione verticale della produzione, le materie prime che arrivano a piano terra e le macchine che escono sul tetto. Si decise subito di farne uno orizzontale, e fu stipulato nel ’34 un patto per cedere il Lingotto al Politecnico. L’accordo saltò non appena fu chiaro che la fabbrica di via Nizza sarebbe servita per le forniture belliche. Quando nel 1940 l’Italia entrò in guerra, le linee erano già pronte e la produzione, convertita, girava a pieno regime: “splendido esempio di lungimiranza imprenditoriale” ha avuto il becco di commentare un docente della scuola di amministrazione industriale. Sublimi vette della cortigianeria.

Ma torniamo a Don Bosco, e ai Salesiani. Negli anni ’30 il Senatùr vinse il braccio di ferro con l’altro gallo che rendeva troppo angusto il pollaio torinese: Gualino. Dal suo fallimento Agnelli comprò per due lire i terreni dell’ex ippodromo di Mirafiori, che però non bastavano per la nuova fabbrica. Occorreva qualcuno che comprasse uno alla volta i poderi vicini, senza dar nell’occhio. Se l’avesse fatto Agnelli, già padrone dell’ippodromo, il progetto della nuova fabbrica si sarebbe capito, e i prezzi dei terreni sarebbero schizzati alle stelle.

Ci pensò Monsignor Rinaldi, e per ringraziamento i Salesiani ricevettero chiavi in mano il centro Agnelli di Corso Unione Sovietica, di fronte alla Sisport. Ora che ci penso, però, da allora gli Agnelli ebbero molte disgrazie, in famiglia: forse il sanguigno Santo di Castelnuovo, dall’al di là, non era rimasto soddisfatto della parcella pagata a Monsignor Rinaldi… In ogni caso, pensando a queste storie e a quella dei mussulmani scatenati, mi viene voglia di cantare, da buon ex allievo (seppur per pochi mesi) dei Salesiani, l’inno “Don Bosco ritorna”. Lui sì che saprebbe come trattare i maomettani. Altro che Ernesto Olivero e il suo arsenale della pace…

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3 risposte a Don Bosco e i maomettani

  1. Anonimo ha detto:

    Caro Manlio, anch’io ero a conoscenza dell’anatema di Don Bosco ai Savoia ma non sapevo della vicenda di Mirafiori. Apro una parentesi: come ti ammiro quando ti sento parlare della Torino di un tempo, sai che feci la tesi più o meno su quest’argomento e, nelle bozze, misi tante tue citazioni tratte da Fegato Granata, purtroppo cassate in toto… il brutto è che avevi ragione (e io pure a citarti!!). Ne approfitto per chiederti scusa se ti ho citato nelle bozze e non ti ho chiesto il permesso, spero mi perdonerai…
    Comunque, tornando a Don Bosco, io non sono devoto ai santi però sento che c’è qualcuno lassù che protegge me e la mia famiglia. Ogni tanto mi ricordo e ringrazio Sant’Antonio, Padre Pio, però il mio preferito è Lui, Don Bosco, non so perchè. Quest’estate sono andato a Sant’Antioco, in Sardegna, ed ho trovato un oratorio a lui dedicato. E’ stata una bellissima sorpresa ed ho avuto la sensazione che lui fosse lì a dirmi “… occhio non fare boiate che sono qua con te!”.
    Dopo questo pubblico ringraziamento a Don Bosco, concludo: penso che gli Agnelli siano sfortunati forse perchè siano parenti dei Savoia (se non sbaglio questa tesi è tua)!
    Alessandro

  2. Anonimo ha detto:

    Alessandro chi?
    Buta ‘l cognom, për piasì, o magàra lë stranòm s’it ses goliard, perché mi ‘d Sandro i na conosso almeno vint. Stame bin, nèh…

  3. Anonimo ha detto:

    t’las rasun, scusme, ‘l me cognom a lè (cum a scrivu i gob) Bajetto!
    Se non ti ricordi di me, abbiamo avuto un breve scambio epistolare (via e-mail) quando ti presentasti con la lista Filadelfia…

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