Il mamao

Io non so neanche bene come dormo, se russo e come russo, perché non mi vedo e non mi sento. Però so come mi piace addormentarmi: come da bambino, a pancia in giù, abbracciando il cuscino. Il cuscino rappresenta la mia coperta di Linus, il mio vecchio “mamao”. Chi era il mamao? Se non avete proprio un cazzo di meglio da fare, ve lo posso anche raccontare, dandovi però ampia facoltà di archiviare il mio racconto nella casella del “chi se ne frega”.

Dunque: quando ero piccolo, noi tre fratelli Collino avevamo in comune una specie di peluche fatto di panno Lenci, un gatto-uomo con gambe e braccia, praticamente un grosso bambolotto di stoffa imbottita, però con la faccia da gatto, i baffi e la codina di velluto dietro. Lo chiamavamo “il mamao”, ed è stato l’animale “da addormentamento” di tutti noi. Siamo vicini, come data di nascita: Federico (detto Frisko) è del giugno 1944, io dell’agosto 1946, e Maria Consolata (chiamata in vari modi: Màri dalle amiche, Cocò dalle compagne di scherma, Consul dal marito, nomignolo che lei aborre perché sembra il noto modello della Ford, Askarbëkkèm da me…) è del Dicembre 1947.

A quei tempi, nel primo dopoguerra, si viveva in modo spartano, anche se mio padre era titolare di una piccola azienda cartotecnica con 12 dipendenti, e poteva permettersi di tenere in casa la cuoca e la cameriera. Perché allora costava tutto poco, compresi i dipendenti e la servitù domestica. Contributi, ovviamente, gnanca a parléne. Però papà non era tipo da spatussare. Si faceva rivoltare giacche e cappotti, girava in millecento, e il massimo della vita per lui era portare la famiglia in gita alla domenica nelle valli di Lanzo, pranzando al sacco. Al ritorno, mangiavamo la pizza (ancora cotta nel padellino) da Cecchi, in Piazza Risorgimento, con un po’ di farinata mentre aspettavamo e un cono gelato da 10 lire alla fine, ma solo se eravamo stati buoni durante la gita.

Dopo cena, nella bella stagione, papà e mamma andavano a piedi a prendere il caffè in un bar di Corso Francia angolo Via Principi d’Acaja (noi stavamo in corso Ferrucci 6, quasi angolo piazza Bernini) facendosi i cinque isolati a braccetto. La cassiera era bella, ma pingue, così papà diceva alla mamma: “Vestiti, Fulvia, che andiamo dalla bell’obesa”, e per noi piccoli quella era una frase misteriosa, come se dicesse che andavano da una maga buona. Io ho sempre portato le scarpe, i vestiti, la cartella, il portapenne e la roba di Federico. Quello che poteva passare ad una femmina, finiva da me a Consolata. Una volta nelle famiglie si costumava così. Per quello il mamao è passato dall’uno all’altro.

Io però gli ero particolarmente affezionato, lo tenevo con me anche di giorno, e quando ho visto che Consolata non lo cagava più ho chiesto a mamma di portarlo di nuovo a letto con me. Ma siccome il povero burattino dopo aver svezzato tre birbe come noi era malridotto, strappato, liso, sbilenco (nonostante i pazienti rammendi di magna Lia) papà pensò di farci una sorpresa per Natale e ne ordinò uno nuovo ad Anili Lenci, che aveva il negozio in Piazza Castello, accanto a Baratti. Lo volle identico, anche nei minimi dettagli. Quando ce lo diede, gli facemmo grande festa, però poi ci accorgemmo che era duro, odorava di nuovo, insomma, non era “fatto”, non era morbido e coccoloso come l’altro.

Quindi io chiesi a mamma di tenermi quello vecchio e lasciai a Consolata il nuovo. Lei ci giocò per un po’, poi lo mollò sul divano del salotto, e lì restò. Federico era già troppo grande per interessarsi ad una roba simile, quindi il nuovo babacio “firmato” finì in disparte, perché io continuai ad addormentarmi abbracciato al vecchio, e quando smisi di farlo (forse perché mamma me lo nascose, dicendo che ormai ero un ometto e gli ometti non si portano il babacio a letto) iniziai ad abbracciare il cuscino come fosse lui. E lo faccio ancora oggi, a 60 anni suonati. Ok? E se adesso vi scappa un solenne “chi se ne frega”, avete ragione. D’altra parte l’ho detto all’inizio che ve ne davo ampia facoltà.

 

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9 risposte a Il mamao

  1. Anonimo ha detto:

    Da piccolina, mia nonna mi portava ai banchi di beneficienza. Pescavo, sprofondando la mia piccola mano nell’urna di vetro trasparente, i bigliettini sottili legati da un elastico minuscolo. Ricordo che i “regali” erano di ogni genere: quelli che io bimba reputavo preziosi, quelli che abbandonavo subito sul bancone, quelli che regalavo alla mia amichetta del cuore come prova di grande amicizia. Con il suo articolo di oggi, ho “rivissuto” la sensazione di festa, di magia, di sorpresa, ma soprattutto di attesa.
    Riflettendoci, ci tenevo a dirle che i suoi articoli sono oggi, per me 34enne, i miei bigliettini speciali, da scartare ogni giorno; alcuni li giro ai miei amici per commentarli, altri li disapprovo, altri li trovo talmente lucidi che mi stupisco sempre che qualcuno riesca ancora a scrivere la verità.
    Un abbraccio sincero.
    Ale

  2. Anonimo ha detto:

    Anch’io ho trovato alquanto poetico e molto delicato questo pezzo, che ha fatto riaffiorare in me ricordi lontani, ma ancora profondamente scolpiti nella mia memoria, proprio come ha scritto Alessandra.
    Non credo, al riguardo, che le storie personali siano necessariamente classificabili come dei “chi se ne frega”: infatti, in relazione ad esse conta – molto più del contenuto – la sapienza con la quale sono scritte e la loro capacità di stimolare emozioni, caratteristiche senz’altro presenti nel post in commento.
    Saluti.
    Michele

  3. Anonimo ha detto:

    Lacrimuccia. Mavalàkit.

  4. Anonimo ha detto:

    A chi scappa un “chi se ne frega” manifesta che non ha avuto il piacere e la ventura di aver vissuto momenti così intimi e rilevanti da custodirli nel cuore e nella mente per tutta la vita.
    Grazie Manlio che ci hai fatto partecipi di un piccolo e gradevole “ricordo” della tua infanzia.
    missis Horse

  5. Anonimo ha detto:

    Che bello, mi hai fatto tornare bambina! 🙂
    Il mio mamao era un orso giallognolo, piuttosto piatto e sporco, appartenuto alla mia mamma.
    Non l’ho condiviso con mia sorella, lei ne aveva uno suo, ma quando mi è stato tolto per “darlo a dei bambini poveri” mi è spiaciuto tantissimo, e ancora oggi mi domando se effettivamente sia stato regalato agli orfanelli.

    Posso essere d’accordo con quello che scrivi oppure no, ma mai ho pensato “chissenefrega”, sappilo. 🙂

    Francesca C., che ogni tanto sparisce per un po’ ma poi torna. 🙂

  6. Anonimo ha detto:

    Quanta invidia! Dalle suore niente giornalini, né biglie, né pallone. Figuriamoci L’orsetto. M. Sesbrow

  7. Anonimo ha detto:

    Manlio e’ la giornata di pioggia che lo
    h’a fatto andare indietro nel tempo e
    ricordare la Sua gioventu’, comunque
    e’piacevole conoscerla sotto altre vesti e
    non solo eccellente padrone della lingua
    italiana di cui scrive articoli speciali!
    Le auguro una pronta guarigione,(in piota)
    Carmen

  8. Anonimo ha detto:

    Caro Manlio ,
    la tua storia me ne riportata un’altra alla mente: il Paperino di mio figlio.
    Una cugina aveva regalato a mio figlio, di soli due anni,un bamboccio dall’aspetto piuttosto ignobile, con um mostruoso becco.
    Per mio figlio fu un compagno fedele, per tanti anni, e diede un gran lavoro a mia moslie per lavarlo e ricucirlo. Abbiamo qualcosa in comune.
    Auguri. Franz

  9. Anonimo ha detto:

    Molto bello questo post che mi colpisce per alcune affinitá con la mia famiglia, anche perché ho abitato per tutta l’infanzia tra un lato e l’altro di corso Ferrucci. Cecchi in primis, che purtroppo non fa più la farinata e la pizza come una volta. Quando ero piccolo mi ricordo tra gli altri di una madama secca e coi capelli biondi permanentati, e di un tipo tutto strano che infornava la farinata…credo abbiano ceduto l’attività a metà degli anni 90.
    Poi l’uso di passare le cose tra fratelli, e nel mio caso anche tra cugini e parenti vari. Ho avuto delle cose che provenivano da mio zio, ovvero primi anni sessanta, e che si sono fatte il giro tra lui, mia sorella, i miei due cugini e me, per oltre 20 anni di onorato servizio! Anche la nostra famiglia era ed è tutto men che spatus…un saluto Umbi

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