E il treno va…

Che fastidio mi davano, da gagno, quegli anziani che non mi vedevano da un po’ e quando poi mi incontravano esclamavano “…ma và, ma sei proprio tu? Incredibile! Come sei cresciuto!”. Lo gracidavano quasi offesi, come se li avessi traditi, e il mio dovere fosse stato quello di restare nano. Ma ora, eccomi qui a fare esattamente come loro. A leggere i morti per primi sul giornale. A dire “i mesi volano che non me ne accorgo”. Tuttavia adesso so almeno perché succede: è il nostro “orologio interno” (il metabolismo e il rinnovo continuo delle cellule) che rallenta, così il suo riferimento esterno, che è il tempo, pur avendo sempre la medesima scansione legata al moto dell’universo, sembra che acceleri.

E’ come se pedalassimo tutta la vita di fianco a un treno che va sempre alla stessa velocità, e lo guardassimo. Da giovani siamo vigorosi, pedaliamo in fretta, e stiamo quasi alla pari del convoglio. I vagoni ci passano accanto, ma lentamente. Possiamo vedere il viso dei viaggiatori ai finestrini, leggere le scritte sulle carrozze… Poi con l’età cala il ritmo della nostra pedalata, e i vagoni sfilano via sempre più veloci. Uno sfarfallìo di vetri e colori, senza più dettagli. Noi però non pensiamo d’esser stati noi ad aver rallentato, ma che sia stato il treno ad accelerare. Perché d’acchito è così che ci sembra, guardandolo. Il treno è il tempo, e le nostre pedalate sono il ricambio cellulare. Chiaro, no? Purtroppo saperlo non consola. E’ brutta, molto brutta la sensazione di restare indietro. Vorremmo poter fermare il treno, il tempo, il mondo, ma sappiamo che è impossibile.

E allora, poiché non possiamo fermarli, ci piace tutto ciò che li fa sembrare fermi. Quello che non muta. Per questo motivo gli anziani generalmente sono conservatori, non amano le novità. Trovar cambiato un posto dopo molti anni li disturba, così come li consola (illudendoli per un attimo che il tempo non sia passato) trovarlo identico a com’era. E’ solo un’aspirina, anzi, un placebo. Però funziona. Com’ero lieto, per esempio, quando sabato scorso sono andato a farmi allargare un cappello nel negozio dei coniugi Benedetti, in via Maria Vittoria angolo Via San Francesco da Paola! L’ho trovato uguale a quarant’anni fa (a parte l’aspetto dei titolari, invecchiati come me). 

Stesso arredamento, stesso odore, stessi distintivi smaltati nelle bacheche, stessi cappelli militari negli scaffali, c’erano persino ancora le allegre feluche multicolori in vetrina insieme ai cappelli carnevaleschi, tutto come una volta. Lei, incanutita, stava al banco insieme alla figlia. Lui come sempre era di là al deschetto, nel retro, con gli occhialini da Geppetto. Quante feste mi hanno fatto, e quante io a loro! Avevo comprato lì il mio primo berretto da goliardo, 44 anni fa. Quando sono uscito, ero così arbiccioluto che mi risentivo matricola.

 

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2 risposte a E il treno va…

  1. Anonimo ha detto:

    Quanti ricordi, mi sono fatta avvolgere da un caldo plaid che mi trasmette malinconia, mi riferisco a quella sensazione che non sai mai se sia tristezza o felicità, ti ritrovi a sorridere ma senti il cuore pesante.. Grazie sig. Collino, anche con poche righe riesce sempre a riempirmi le giornate.
    Carolina

  2. Anonimo ha detto:

    Caro Manlio,mi ripeto ma non importa. Quando metterai in un libro tutti questi tuoi scritti? Io sarò il primo a comperarne un buon numero. Voglio far godere anche gli amici.
    Un ex lettore di cronaca qui.
    P.S( fossati ti imita, l’ho letto al bar)ma tra te è lui c’è una differenza sostanziale: a lui manca la passione che dà un senso alla vita.

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