Scherzi famosi (da "69 racconti di goliardia")

Si diceva ieri della differenza fra burla e scherzo. Nella burla è indispensabile che la vittima creda vera una cosa che non lo è, mentre nello scherzo non c’è bisogno che la vittima creda nulla, deve solo esser messa in forte disagio da un fatto inatteso. Un grosso pitone messo sopra il sedile di un’auto è uno scherzo, e la vis comica scaturirà dalle urla del guidatore quando, aprendo la portiera, lo vedrà. Invece un pezzo di gorgonzola nascosto nella bocchetta dell’aria condizionata è una burla, perchè per giorni e giorni il padrone dell’auto sarà convinto che i suoi passeggeri sono tutti degli zozzoni (e loro, salendo a bordo, penseranno lo stesso di lui). Lo scherzo può essere anche solo un gavettone, o la sedia tolta da sotto il culo mentre uno si sta sedendo, ma questi sono scherzi sciocchi: in genere i goliardi ne fanno di più sapidi e difficili da attuare, come la torta di panna spiaccicata in faccia al professor Enzo Ferrero (ordinario di Diritto Privato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Torino) dalle “cappelle di cuoio”, un gruppo di goliardi del Cornus. La tortizzazione di Ferrero, reo di comportamenti sprezzanti verso gli allievi, avvenne nel 1988 al cinema Faro, dove egli teneva le sue affollatissime lezioni, e finì su tutti i giornali.

Lo scherzo ha maggior pregio se la vittima è scaltra e sta all’occhio. Per questo motivo non sono particolarmente “pregiati” gli scherzi fatti agli ubriachi: sono troppo facili, Però in goliardia vengono fatti lo stesso, affinché servano da monito per coloro che, arrendendosi a Bacco, dimostrano di non saperlo dominare. Eccone uno gustoso, giocato nella Bologna del dopoguerra a Pepè Sorbara che, per celebrare il superamento dell’ultimo esame, offrì agli amici una mangiata, e prevedendo di sbronzarsi affidò a uno di essi il portafogli con la somma da dare all’oste a fine cena. La sua previsione si rivelò talmente esatta che al momento di tornare a casa era letteralmente in catalessi. Gli amici allora lo sistemarono sul pullman diretto alla riviera adriatica, col cartello “non svegliare” al collo e il biglietto infilato nel taschino. Il povero Pepè, svegliato finalmente dall’autista al capolinea, si trovò a Cattolica, all’alba, senza documenti e senza una lira. Lungi dal perdersi d’animo, però, rifletté da buon goliardo che d’estate al mare negli alberghi di lusso i portieri sono abituati ai clienti nottambuli che rientrano al mattino coi vestiti stazzonati e l’aria assonnata. Ne scelse uno sul lungomare, entrò deciso e chiese il numero di una chiave che vedeva appesa al casellario: «la 68, per favore». Scoperto, finse di aver sbagliato albergo per via del troppo alcool ingerito, si scusò, uscì e riprovò nel successivo hotel. Al quarto tentativo trovò finalmente un distratto e assonnato portiere di notte che gli diede la chiave richiesta senza neppure alzare gli occhi dal giornale. Lui salì, dormì fino al pomeriggio, poi telefonò a Bologna e si fece venire a prendere in macchina dalla morosa.

Spesso ai goliardi sbronzi viene fatta la vecchia burla dell’ingessatura di un’arto, e qui si vede bene la differenza fra burla e scherzo. Scherzo è quello giocato a Pepè, che se ne accorse appena sveglio. Burla è ingessare gli ubriachi, che quando si svegliano credono veramente di essersi rotti un osso. Certo, devono essere ubriachi duri, di quelli che non ricordano niente di quel che è successo la sera prima. Non è difficile, allora, per una combriccola di amici affiatati, narrare all’amico appena risvegliato, in modo preciso, concordato e credibile, l’incidente, la corsa all’ospedale, lo spavento e tutto il resto. Intendiamoci: scherzi e burle non sono affatto un’esclusiva dei goliardi, ma in loro han sempre avuto progettisti geniali ed esecutori provetti. Non a caso la TV ha sfruttato il filone ‘scherzoburlesco’ con format tipo “scherzi a parte” o “candid camera”,  saccheggiando il repertorio delle burle goliardiche o copiandone il meccanismo. La brioche inzuppata al banco del bar nel cappuccino del vicino (ripresa da Nanni Loy negli anni ’60 nella sua candid camera, che allora si chiamava “Specchio segreto”) era un classico scherzo delle feste delle matricole. Gli schiaffi ai viaggiatori affacciati ai finestrini del treno in partenza (ripresi da “Amici miei”) erano stati inventati dai goliardi bolognesi negli anni ’50. All’inizio erano destinati, per ripicca, ai fortunati amici che potevano permettersi di tornare a casa per le feste, ma più tardi, visto l’effetto esilarante, furono appioppati anche agli sconosciuti, come riportato nel film.

Anche nel mondo dello sport ai miei tempi era facile trovare scampoli di sana allegria e di spirito goliardico. Fino a pochi decenni fa era usanza costante (anche se non in tutte le federazioni) “fare la matricola” agli atleti che indossavano per la prima volta la maglia azzurra. Bisognava sempre stare all’occhio, quando si entrava in  Nazionale. Uno degli scherzi più in voga per i novizi al loro primo ritiro era la sostituzione del dentifricio con la cacca. Allora i tubetti erano di alluminio, non di plastica come oggi. Bastava solo che il tubetto della vittima non fosse nuovo nuovo, ma già un po’ arrotolato: allora lo si stendeva per bene, lo si tagliava sul fondo, lo si svuotava tutto (meno un pizzico, in cima) del dentifricio, lo si riempiva di popò e lo si riavvolgeva con cura fino al punto precedente. Era assolutamente impossibile scoprire lo scherzo fino a quando, qualche giorno dopo, scoppiava la bomba ad orologeria. Il massimo era riuscire a distrarre il malcapitato mentre premeva la pasta sullo spazzolino, in modo da provocare l’introduzione del “preparato” nel cavo orale, con conseguente urlo e sputacchiamento, fra le risate generali.

Alla Fidal, fino agli anni ’80, ogni campionato, ogni meeting, ogni ritiro di allenamento era occasione di scherzi e burle memorabili. Lo posso dire perché ho fatto storiche baldorie con Berruti (medaglia d’oro dei 200 piani alle Olimpiadi di Roma 1960) e con Eddy Ottoz (bronzo nei 110 HS a Città de Messico 1968). Anche mia sorella Consolata (medaglia d’argento di fioretto a Montreal nel 1976) era degna socia della nostra combriccola. Conosco bene, quindi, i loro scherzi, e ci vorrebbe un libro intero per raccontarli tutti.

Nei primi anni ’60 il velocista Sergio Ottolina (tre finali olimpiche e record europeo dei 200 con 20,4) era il grande rivale di Berruti, e glie ne combinava di tutti i colori. Sembravano nati per essere avversari, tanto erano diversi. Sergio era un casinista biblico, Livio era timido e tutto precisino, al punto che lo chiamavano “la Liviessa”. In nazionale non lo sopportava nessuno, Berruti. Oltretutto, avendo vinto le Olimpiadi, era l’unico a cui era permesso di andare a letto tardi e di arrivare con l’auto ai raduni. Era un “fighetta” e, da buon vercellese (Biella è lì vicino…), molto attaccato ai soldi. Se dava un passaggio ai compagni da Schio a Milano, si faceva pagare. “Ma Livio, tu la strada la fai lo stesso” protestavano loro. E lui, gelido: “Si’, ma voi in treno avreste pagato”. Ecco perché allora i compagni gli legavano le aringhe affumicate al tubo di scappamento, e gli combinavano ogni genere di scherzi. Per esempio, siccome Livio aveva un alito pestilenziale, prima delle gare irroravano sempre la sua corsia, fino al traguardo, con lo spray deodorante, facendolo imbestialire. Berruti correva per la Carpano, tutto agghindato in canottiera bianca, calzoncini bianchi e scarpini chiodati bianchi. Alla vigilia di una gara, Ottolina glie li dipinse di nero, col lucido militare, e lui s’incazzò: “domani non corro”. I dirigenti, spaventati, convocarono tutti gli atleti in un salone: “se non salta fuori il colpevole, qui finisce male”. Ottolina allora decise di alzare la mano, ma mentre lo faceva si accorse che la stavano alzando anche tutti gli altri, come nello spot del profilattico: “E’ mio, è mio, è mio…”. Fu così che li rispedirono in camera senza prendere provvedimenti e convinsero Livio a correre con le scarpe di riserva.

Un’altra volta, sempre Ottolina, fece sposare Berruti con Flavia Moretti (che era il nome dell’auto di Livio) mandando le partecipazioni a tutti quelli che lo conoscevano, compresi tecnici, dirigenti e giornalisti. Al “presunto sposo” arrivarono così tanti regali che faticò a rimandarli indietro tutti (anche per le origini vercellesi di cui si diceva…), e infatti ne trattenne molti. La chicca nello scherzo però era che l’indirizzo stampato sulle partecipazioni come recapito della sposa era quello di un bordello di Padova, in Via Chiossetto, dove effettivamente gli atleti delle Fiamme Oro (e Berruti con loro) andavano a celebrare i ludi imenei. Un’altra volta ancora, a Losanna, Ottolina scoprì che Livio s’era portato in camera una ragazza. Radunò venti atleti ed antrarono tutti nella sua camera, passando dal balcone, e li sorpresero entrambi nudi, ma lui con i calzini addosso. Da allora cominciarono tutti a fare la doccia coi calzini, dopo gli allenamenti, per farlo inviperire. 

Era un vulcano, Sergio. Negli anni ’60 lui e Ottoz si trovavano in ritiro presso il centro Fidal di Formia. Fecero stampare e affissero in tutta la cittadina laziale un manifesto che annunciava per la domenica successiva un’esibizione di paracadutismo acrobatico presso il locale campo sportivo. Ore 17, ingresso gratis. A quel tempo la cosa era una novità, specie in provincia, e non fu difficile avere gli spalti gremiti alle fatidiche cinque della sera. Annunciato dall’altoparlante, entrò per primo Eddy, con un ombrello chiuso sotto il braccio e la bombetta in testa. Lo seguiva Ottolina, con una di quelle scale doppie da imbianchino sulla spalla. La piazzò al centro del campo, poi Ottoz vi salì con sussiego fino in cima, aprì l’ombrello e …op! fece il salto del… “paracadutista”! I due scapparono prima che la folla si rendesse conto della burla, ma dovettero barricarsi nel Centro Fidal per qualche giorno, finchè gli abitanti di Formia non digerirono il tutto con un sorriso, seppure acido.

Anche mia sorella Consolata portò negli anni ’70 una ventata di sana goliardia nella squadra azzurra di fioretto. Erano i tempi della Ragno (medaglia d’oro olimpica), della Lorenzoni, della Mangiarotti… Bene. Dovete sapere che ogni volta che una squadra di scherma scende in pedana, si deve schierare di fronte alla squadra avversaria per il saluto, come si usa anche nel rugby e in altri sport. Generalmente si tratta di un banalissimo “hip, hip, hurrah!”, ma Consolata riuscì a convincere le compagne ad adottare, quando si trovavano di fronte a squadre straniere che non capivano l’italiano, un altro tipo di saluto. La capitana  gridava, ad esempio: “per la squadra polacca, ciapalù” – e le compagne rispondevano in coro: “sèl” – “ciapalù” – “sèl”- “ciapalù” – “sèl, sèl, sèl!!”. Il grido incuriosiva le avversarie, che ne chiedevano sempre la traduzione, e lì erano risate, perchè se ne tirava fuori una nuova ad ogni occasione: un proverbio Masai, il grido di battaglia di D’Annunzio, eccetera…

C’era oltretutto il glorioso precedente di Tokio, quando l’intera delegazione italiana alle Olimpiadi del 1964, sfilando sulla pista dello stadio olimpico nel corso della cerimonia inaugurale (trasmessa in mondovisione) davanti all’Imperatore Hiro Hito, aveva gridato in coro forte e chiaro: “Nebiooooolo! Nebiooooolo! Nebiolo del buco del buco del cul, vaffancul, vaffancul !!” all’indirizzo del presidente della Fidal, che si trovava in Tribuna d’onore dietro l’Imperatore. Il bello è che costui chiese al proprio ambasciatore cosa significasse quel grido. Il malcapitato fu costretto a improvvisare, e rispose, imbarazzatissimo, che significava ” lunga vita al nostro amatissimo presidente Nebiolo”, salvo poi protestare in privato col destinatario del “saluto”.

Un altro memorabile scherzo venne organizzato dalla Nazionale maschile di scherma, in ritiro a Cervinia nei primi anni ’70. Ad un compagno un po’ tonto ma molto rompiballe, i fiorettisti misero nel vino una pillola di blu di metilene (è una sostanza innocua, usata in farmacia per certi esami clinici, e fa orinare blu), dopo essersi garantiti la complicità nello scherzo dell’anziano medico condotto del Breuil. Poi iniziarono a cucinarsi la vittima: a cena si misero a chiacchierare, vicino a lui, del terribile “morbo del Lago Blu” (un laghetto che tutti i turisti visitano, situato nella pineta, all’inizio del pianoro del Breuil). “E’ un morbo – spiegò il medico-complice, presente a tavola – dovuto alle esalazioni delle alghe velenose che rendono blu il lago. Chi le respira in certe stagioni e in certe particolari condizioni climatiche, come quelle che ci sono in questi giorni, rischia di esserne contagiato. Ed è un guaio perché il morbo, se non viene scoperto subito, conduce in breve tempo alla perdita della virilità, poi al cancro e quindi alla quasi sicura morte. L’unico sintomo per scoprirlo è l’urina di colore blu”.

Figuratevi lo sgomento del fiorettista rompiballe quando, la mattina dopo aver ingerito la fatidica pillola sciolta nel vino, si accorse di orinare blu. Lui, con tutta la squadra, aveva effettivamente visitato il laghetto, all’arrivo. Atterrito, si mise a gridare: “il morbo, ho preso il morbo, presto, portatemi dal dottore!”. E immaginatevi ancora il panico che lo colse quando il medico-complice fece la faccia buia e sentenziò: “Purtroppo è quello. Devo confermare. Ma perché non è venuto subito? Il veleno agisce in poche ore, e qui siamo ormai ad uno stadio avanzatissimo. Portatelo subito all’ Ospedale di Aosta per l’amputazione del membro, sperando di essere ancora in tempo per salvargli almeno la vita, se non la virilità”. Il poveretto pianse e si disperò per tutto il tragitto, e i suoi sadici compagni gli rivelarono lo scherzo solo ad Aosta, sulla porta dell’Ospedale Mauriziano. Ma lui era così spaventato che rifiutò di crederci: “Me l’ha detto il dottore di Cervinia, non è il tipo che scherza”. Volle telefonargli di persona e capì che si trattava effettivamente di uno scherzo solo perchè il sanitario, dall’altra parte del filo, non riusciva quasi a parlare talmente si sganasciava.

 

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3 risposte a Scherzi famosi (da "69 racconti di goliardia")

  1. Anonimo ha detto:

    Fra i tanti, uno degli aspetti più belli di questi post è che, nonostante la lunghezza, si leggono tutti d’un fiato, in poco tempo, per via della loro fluidità narrativa. Rimanendo in tema, faccio un esempio: se la Busiarda, al posto delle lenzuolate sociocazzologiche che consente di scrivere alla Spinelli, inserisse qualche pezzo del Collino, non solo i lettori di quel quotidiano eviterebbero talune distorsioni informative su certi temi complessi (crisi finanziaria), ma gli stessi lettori potrebbero, altresì, apprezzare articoli scorrevoli e ben documentati, redatti con ironia e leggerezza. Infine, La Stampa potrebbe far più soldi, in virtù del fatto che, mediante i suddetti articoli, venderebbe più copie di quelle che può permettersi in base agli aridi scritti delle svariate e inviperite Tornabuoni & Company.
    Benedetta

  2. Anonimo ha detto:

    In effetti, questi pezzi sono molto belli, sebbene secondo me sarebbe bello “spezzare” un po’, inserendo, in mezzo agli ultimi, qualche post che non tratti il tema della goliardia. Mi permetto, al riguardo, di riproporre un articolo (datato, ma neanche troppo) che il Collino scrisse sul questo blog e che ho conservato perchè mi era piaciuto molto. Sicuramente lo scritto è presente nell’archivio, ma per evitare di doverlo rintracciare, lo allego io in calce a questo commento.
    Michele

    Mai più re di latta

    L’anziano è come un albero spoglio in inverno: non dà più cibo coi suoi frutti né riparo con le sue foglie, ma fra i suoi rami ci permette di vedere il cielo. Se dell’infanzia e della gioventù mi mancano soprattutto le risate, capisco solo adesso che in quelle due stagioni proprio questo mi mancava: il guardare in su. Perché marciavo sempre con lo sguardo ad “altezza-tette”, pronto a captare al volo taciti assensi femminili e possibili minacce maschili. Ora invece son vecchio e il naso mi s’innalza, punta verso le nubi e porta su il mio sguardo ad inquadrare cieli colorati e mutanti, balconi fioriti e visi dietro tende, e ringhiere liberty, portici che si perdono in fughe d’arcate verso l’orizzonte e viali e rami carichi d’uccelli. Il cuore spazia.
    Ah, noi torinesi! Col nostro reticolo romano, i nostri larghi corsi, i nostri incroci ortogonali, acquistiamo crescendo, senza neanche averne consapevolezza, un’attitudine all’ordine che nasce dalla disciplina delle prospettive e si fa chiarezza di pensiero, misura d’aperture e rettitudine d’intenti, pur nel riserbo apparente e pieno di sorprese del nostro più intimo carattere. Se solo i forestieri capissero che la nostra presunta superbia è solo specchio di una calma interiore che sa vivere del suo, che non ha bisogno di prevaricare, di sguaiare, d’inventarsi nemici per aver la scusa d’esibirsi in armi!
    Ci manca il medioevo, è vero. Siamo passati di colpo dall’anonimato di un borgo contadino al trionfo del barocco. Prima che i Savoia spostassero qui la capitale da Chambéry, Torino era meno importante e meno grande di Chieri. Ma in cambio ci siamo ritrovati d’un tratto cittadini senza tirocinio di zappa, soldati senza passato mercenario, artigiani senza legami corporativi secolari e quindi pronti al balzo nell’industria, scienziati e pensatori freschi, nati già affrancati dai tributi fin lì pretesi da chiese sospettose e parrucche accademiche, sudditi fedeli ma non maliziosi, eleganti come cittadini ma poco adatti come cortigiani.
    Infatti i nostri re (di relativamente fresca nobiltà) ci vendettero a nuovi re senz’altro blasone che non fosse quello di latta delle carrozze semoventi, re che dopo averci spremuti per cent’anni ci hanno buttati come si butta una scorza di limone. Finalmente. S’intravede, fra i miei rami ormai spogli di anziano torinese, un cielo senza re. Come corona, mi basta quella delle Alpi.

  3. Anonimo ha detto:

    Caratteristici i racconti della goliardia,
    penso che alternarle con altre vicende
    non sarebbe male, cosi’ il signor Collino
    lavora di piu’ di mente, ma non e’ un
    problema per lui, anzi… si diverte, molti
    complimenti per come espone i fatti!
    Carmen

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