Burle famose (da "69 racconti di goliardia")

Per catalogare in qualche modo le allegre gesta per le quali i goliardi van famosi, si potrebbe dividerle in numeri, burle, scherzi e imprese. Dei numeri (o macchiette) avete già letto nei precedenti post. Passiamo oggi alle burle. Per tentare una definizione teorica, fare una burla a qualcuno significa indurlo a credere vero qualcosa che invece è falso, ottenendo da ciò l’effetto comico. Fare uno scherzo, invece, vuol dire mettere la vittima di fronte a una situazione inattesa (il letto fatto a sacco, la patata nel tubo di scappamento dell’auto…) in modo che l’effetto comico nasca dalla sua reazione. Ne deriva che lo scherzo è un succedaneo meno nobile della burla, come la dama rispetto agli scacchi. Difatti una burla può dirsi riuscita anche se la vittima non saprà mai d’esser stata giocata, mentre ciò in uno scherzo è impossibile.

Ecco un esempio folgorante: al matrimonio di Lele Bruyère a Pieve Tesino, in Val Sugana, io, che ero testimone, arrivai a cerimonia iniziata, sottobraccio ad un amico, con un bastone bianco e gli occhiali neri. Avevo deciso di fare il cieco. Già durante il tragitto lungo i banchi, fingendo di tastare il terreno, assestai secche vergate alle caviglie dei presenti, che però non protestavano (“…poarèto, el xè cieco, cossì zovene!). Prima delle firme mi feci condurre davanti alla sposa e la palpai tutta, prima in viso e poi… nel resto, dicendo forte: «…òstia, Lele, che figa! Se è anche ricca sei a posto!» Ebbene: nessuno, in quel paese veneto, sapeva che io non ero cieco, tranne gli sposi e gli amici intimi, che ovviamente non mi tradirono. Quindi la burla avrebbe potuto concludersi già solo con le vergate nelle caviglie e le battute sulla sposa, e dirsi riuscita senza che i paesani venissero mai a sapere che ci vedevo benissimo. Ma io la volli concludere alla grande. Quando fu il mio turno di firmare come testimone, il prete mi mise addirittura la penna fra le dita e mi guidò la mano sul foglio fino alla riga giusta. Fortunatamente poi guardò altrove e non si accorse che io firmavo “Zeus Renatus V Persecutor”, permettendo così il finale che vedremo. Mentre al suono della marcia nuziale gli sposi si accingevano ad uscire, io mi inginocchiai davanti al prete, chiedendogli di benedirmi. Appena l’ebbe fatto, scattai in piedi, buttai occhiali e bastone, e al grido di: «miracolo! miracolo! ci vedo!» mi precipitai fuori. A questo punto era già uno spettacolo vedere l’espressione perplessa dei paesani, che cominciavano a sospettare d’esser stati presi in giro. Man mano che ne prendevano coscienza, la burla si trasformava in scherzo, e infatti il suo clou fu quando il prete, trafelato, uscì di chiesa gridando che il matrimonio era nullo perché sul foglio c’era una firma falsa, e si doveva tornar dentro a rifarle tutte.

Il trucco del finto cieco era già stato usato in altre burle di successo. Il bolognese Antonio Belletti nell’estate del 1948 vinse venti cene scommettendo che avrebbe orinato «pubblicamente» tra i tavolini del Bar Venezian (al centro di Bologna) senza essere né insultato né picchiato. L’impresa fu giudicata impossibile, e la scommessa accettata dagli amici. Essi non si erano accorti di ciò che invece non era sfuggito al furbo Tonino: il vespasiano in ferro situato sul marciapiede del Palazzo Comunale, giusto al confine del déhors del Bar Venezian, era stato spostato da pochi giorni di una ventina di metri proprio su richiesta del proprietario del bar. Costui, anzi, ne aveva subito approfittato per allargare il déhors, occupando con alcuni tavolini lo spazio appena liberato dal cesso pubblico. La sera convenuta, e con tutti gli scommettitori appostati nei paraggi, Tonino se ne arrivò al bar facendo il cieco, e avanzò con calma fra i tavolini del déhors, tastando il terreno con la canna. Quando arrivò sul punto esatto dove fino a qualche giorno prima sorgeva il vespasiano, si fermò, si sbottonò la patta e con perfetta indifferenza cominciò a pisciare, fra l’imbarazzo dei clienti del caffè. L’acme della sua genialità goliardica si espresse quando un cameriere, prontamente accorso, gli mise una mano sulla spalla per condurlo via: Tonino, senza neppure voltarsi, rispose forte «Occupato!». Il cameriere allora gli spiegò all’orecchio che il vespasiano era stato spostato e lo guidò verso la nuova sede, ma fu una scena straziante perchè la minzione era ormai iniziata e proseguiva inarrestabile. Il “povero cieco” si allontanò esprimendo a gesti la propria umiliazione, e la gente rimase davvero commossa, compresi i non pochi che, durante lo spostamento, furono “casualmente” irrorati.

Fantastica, no? A domani il capitolo sugli scherzi più famosi, e a dopodomani quello sulle imprese. Però, se siete stufi dei miei ricordi goliardici, scrivetemelo.

 

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5 risposte a Burle famose (da "69 racconti di goliardia")

  1. Anonimo ha detto:

    Continua, continua, fantastiche!
    Ale di Michele

  2. Anonimo ha detto:

    Stufa io?!? Ma stai… scherzando? 😀
    Ogni giorno sono sempre più curiosa di sapere cosa ci racconterai! 🙂
    Ciao

    Francesca C.

  3. Anonimo ha detto:

    Manlio,
    Abbi pietà di Crapulus e del sottoscritto: Cavezzale! Parla di Cavezzale!

    Pingosss

  4. Anonimo ha detto:

    Figurati se siamo stufi!!! Piuttosto, il post di oggi, come molti altri tra quelli sui ricordi di imprese goliardiche, è stato pericoloso: a leggerlo in ufficio si rischia facilmente di venire “beccati” dai superiori, tanto fragorose risultano essere le risate che quei racconti suscitano!!
    Michele

  5. Anonimo ha detto:

    Manlio, non sono per nulla stufo delle 69 storie di Goliardia!
    Il fatto di averle rilette l’anno scorso, piu’ che altro, mi salva dalle risate estemporanee in ufficio, quelle di cui scrive Michele.
    p.s. Cavezzale? Chi era costui?
    Federigus (Ghigugonghe)

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