La quindicenne rossa (da "69 racconti di goliardia)

I Clerici Vagantes, sono un Ordine Goliardico le cui caratteristiche di sovranità (non legata ad una precisa sede) riecheggiano quelle di antichi Ordini Cavallereschi (Cavalieri di Malta, del Santo Sepolcro, di San Maurizio e Lazzaro, ecc…) che godevano, pur senza aver territorio, di prerogative sovrane come quella di battere moneta, di tenere ambasciatori, di concedere salvacondotti. Era loro permesso ad esempio di entrare armati e a cavallo in chiesa, nei tempi in cui le chiese erano inviolabili persino ai gendarmi imperiali che stessero inseguendo un malvivente. I Clerici Vagantes, nel cui stemma è riprodotta una volpe grigia in campo giallo e nero, provengono infatti da tutta Italia, e sono un’ almagama di goliardi scelti nell’ultimo mezzo secolo in tutti gli Ordini della penisola. In tutto questo tempo hanno avuto l’onore di fregiarsi del collare giallonero poco più di trecento persone, parte delle quali si riunisce a cena cinque o sei volte all’anno, in giro per lo stivale, quasi sempre di sabato sera, e soprattutto in occasione delle ormai rare ferie matricolari. 

Anche quarant’anni fa, il sabato sera della matricolare, si teneva da qualche parte cena dei Clerici, ma non sarebbe bastato allora qualsiasi ristorante a contenere le “volpi” se si fossero trascinate dietro il loro variopinto entourage. L’ubicazione della trattoria prescelta, pertanto, si bisbigliava all’orecchio, di volpe in volpe, all’ultimo momento (oggi si fanno invece inviti scritti, sontuosi, con almeno un paio di settimane di anticipo). Non di rado le volpi più famose, quelle a “cinque stelle”, si dovevano eclissare dal folto della matricolare alla chetichella, magari simulando la necessità di una telefonata o di  un bisogno fisiologico, per non essere costrette all’imbarazzante gioco della torre: “vengo anch’io – no – tu no”. Fu un momento magico la cui spiegazione, come per tutte le cose magiche, non esiste. Allora come oggi venivano fatti Clerici i migliori, che a volte erano anche capi-ordine, ma più spesso erano cani sciolti, tutti un po’ matti, tutti con una grande ricchezza interiore da riversare nel forziere comune. Dal travaso si usciva tutti accresciuti, vuoi che si fossero gustate le canzoni del Finà, o le battute di Sandrino, o i monologhi del Bellizzi dopo le due di notte. Dopo quell’ora, il banco era suo, era una specie di Beppe Grillo ante litteram che ti faceva sganasciare a sentirlo dipingere le situazioni della giornata, i personaggi della festa, gli episodi di vita comune. Non c’era mai, però, un leader: non avrebbe potuto esserci. Eravamo tutti primattori, ma abituati a fiutare il momento in cui solo uno di noi “doveva” prendere la scena. Allora sapevamo trasformarci in “spalle” per lui, anche un attimo dopo aver vissuto il nostro turno di protagonisti. Un numero e via, senza cali di tensione, dalle lagrime al riso, con o senza chitarra, da una canzone a una burla, a un monologo, pronti a riafferrare la palla quando ci rimbalzava in mano. 

Ci sono sempre stati, fra noi Clerici, giovani ed anziani, gentiluomini e canaglie, saltimbanchi, geni, autostoppisti, poeti, emigranti di ritorno, inguaribili cicale e concretissime formiche, tutti imprevedibili, tutti col culto dello stupore. Anche i “mona” fra noi ti lasciano perplesso per il fatto che esistono (le nomine avvengono infatti ad insindacabile capriccio del Gran Priore, e la possibilità che costui nomini Clerico un mona è così paradossale, in un consesso così elitario, da risultare alla fine squisitamente goliardica) e per il fatto che resti sempre col dubbio se quello “ci è o ci fa”, ovvero se è proprio un mona d.o.c. o se è il genio di turno che si diverte a fare il mona per disorientare amici e spettatori. 

Una sera d’autunno del 1970 arrivai al “Doro”, un famoso ristorante di Ferrara, direttamente da Alassio, dove ero rimasto per motivi di lavoro fino a pomeriggio inoltrato. Ero a bordo della mia 600 di color rosso fiammante, guidata dal mio maggiordomo Fidobau. La vettura era del 1955, non si poteva andare a tavoletta, per cui arrivammo un po’ tardi, a cena iniziata. Il gruppo dei fedelissimi mi fece posto, dopo il rituale giro di saluti a tutta la sala, chiedendomi il perchè del ritardo. Ebbi in quel preciso istante il lampo d’ispirazione. Quel lampo di genio assoluto da cui scaturiscono le burle improvvise (le migliori) come quella della cacca tolta col badile da sotto il culo di Paolo Stoppa nel film “Amici miei atto 2°”. Dunque allora, col dito sulla bocca mi misi a fare misteriosi cenni d’intesa (strizzatine d’occhio, pupille girate verso l’esterno del locale…) ai miei quattro amiconi ‘superstars’ (Sandrino Loretti, Kalimero Paltrinieri, Piero Finà, Giancarlo Bellizzi), come per far capire loro che avrei “spiegato dopo”. 

Fidobau, sveglio come un furetto, mi interrogava  coi suoi occhi azzurri, cercando di intuire la mia “trovata”, e ansioso di assecondarmi. Eravamo affiatatissimi. Chi era Enzo di Carlo, detto Fidobau, terzo anno di ingegneria? Era il mio autista, maggiordomo, attendente, aiutante di campo, scudiero mai più eguagliato. Una delle sue specialità era quella del “riporto” della figa. Transitava una passerona dall’altra parte della piazza? “Lancia Fidobau” mi dicevono le volpi, ed io, dopo uno sguardo d’intesa, gli ordinavo: “Fido, riporta!”. Lui partiva, si ingegnava, rubava fiori, parlava, danzava, scodinzolava, prometteva, lo sa il diavolo cosa faceva, fatto sta che in capo a poco tempo arrivava tutto raggiante con la fanciulla per mano. Non mi fu difficile, quindi, a Ferrara, suggerire, indicando Fidobau e mimando un seno con le due palme rivolte contro il mio petto, la presenza di una misteriosa ‘preda’ femminile. 

Premesso che a quel tempo le ‘fanciulle di una sera’ si condividevano volentieri (se erano consenzienti, ma capitava quasi sempre che lo fossero, dato che eravamo tutti giovani, belli e simpatici) con gli amici, subito cominciarono le domande, bisbigliate a mezza bocca fra una canzone e l’altra: “dov’è la figa?” – “dai parenti – facevo segno con circospezione – le abbiamo dato un passaggio in autostop, ma abbiamo appuntamento dopo cena”. – “Ma, ci sta?”- “altro ché, se ci sta: tromba che è un piacere!” – “…ma, con te e Fido?” – “con noi due all’andata, perchè ama la batteria, è l’unica cosa che l’accende, ma dopo, se vogliamo, si rifà un giro” – “…con tutti?” – “No, ragazzi, con tutti no. Dopotutto è una quindicenne. Rossa, zozzetta finchè volete, ma sempre quindicenne…” – ” Rossa di capelli?” – ” No, comunista, ma rossa solo di fuori. Quando la penetri e scopri la sua pelle soda e liscia ti fa impazzire. Però ha detto che non ne accetta più di quattro, massimo cinque alla volta” – “e… quando vai a prenderla?” – “mando Fido, a mezzanotte, siamo già d’accordo…”.

Inutile dire che a mezzanotte meno dieci erano in quattro a spiare ansiosamente l’orologio e a lanciarmi occhiate allusive. Con calma, feci cenno a Fidobau, che aveva capito tutto, e lui si eclissò per una ventina di minuti. Tornò con circospezione, mi fece un cenno di lontano, ed io bisbigliai ai quattro che mi interrogavano con lo sguardo: “ragazzi, è fuori che ci aspetta. Mi raccomando, non fatevene accorgere. Ho detto quattro, e non uno di più. Ci vediamo tra cinque minuti sotto la pensilina del distributore”. Non vi dico le manovre che quattro  personaggi di quel calibro dovettero fare per eclissarsi nel pieno della cena senza dare nell’occhio. Quando, dopo mille manovre diversive, li ebbi tutti e quattro sotto la pensilina, feci loro: “eccola qui!” e indicai la mia vecchia 600, messa lì vicino a bella posta da Fidobau. Kalimero si chinò per guardare meglio attraverso i vetri: “guarda che se n’è andata, s’è stufata di aspettare” – “ci abbiamo messo troppo tempo, maremma hane” fece eco Finà, mentre Sandrino si guardava intorno: “un sarà miha ‘ndata a fa’ du’ passi!?!” – “No, no, ragazzi – insistei battendo le palme sul tetto della vettura – eccola qui la quindicenne rossa, anno di costruzione 1955, tromba, batteria, rossa di fuori, pelle liscia di dentro, massimo cinque posti!”

Kalimero restò impietrito: “NNNOOOO!!!” – Bellizzi si battè una manata sulla fronte, mentre gli altri due cominciavano a prenderla a calci nelle ruote. Ma ormai erano all’amo, avevano abboccato, ed erano quattro prede di lusso. Io, ridendo come un matto, mimavo verso di loro il gesto del pescatore che, canna in mano, gira il mulinello e tira. Fu l’occasione di memorabili sfottò, e dopo un attimo eravamo di nuovo dentro il Doro, a cantare.

 

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