Le macchiette (da "69 racconti di goliardia")

Quando si va a una festa delle matricole capita, oggi, di vedere turbe di goliardi in perfetta tenuta da parata (mantelli di velluto ricamato, giustacuori di foggia medioevale, feluche ricche di piume colorate e cariche di ciondoli, collari di ogni genere, ecc…) che passeggiano su e giù per la via principale del luogo con aria annoiata e dicono ad ogni amico che incontrano: “anche tu qui? Potevi startene a casa, tanto è una festa moscia, non ci si diverte!”. A questa sottospecie di “goliardi da passeggio” io, sempre indaffaratissimo e sempre divertito, ero solito rispondere: “ma tu, fratello, che cosa stai facendo, personalmente, per migliorare il livello della festa? La tua presenza è senz’altro gradita, ma non basta!”.

Verità sacrosanta, questa, che si può applicare a qualsiasi party pubblico o privato, a qualsiasi week-end in compagnia, a qualsiasi vacanza tra amici. Il mio credo è sempre stato: “se ti sai divertire e sai divertire, non possono esistere località né compagnie tanto squallide da riuscire ad immalinconirti o ad annoiarti”. Forte di questa convinzione, mi sono sempre regolato di conseguenza, alle feriæ come alle cene. Nel senso che, oltre ai soliti ingredienti tipici dell’ambiente goliardico (chitarra, cori, sfide alla rima, burle, sfottò), ci mettevo, di mio, la “macchietta”. La macchietta era (ed è, perchè mi piace ancora farlo, e lo farò, salute permettendo, anche da vecchissimo) un vero e proprio “numerino” cabarettistico, con o senza travestimento, con o senza canzonetta d’accompagnamento, messo su da solo o con altri. Lo spunto può essere qualunque cosa: satira politica, di costume, o semplicemente comicità surreale: l’importante è recitarlo bene.

Se tutti gli altri partecipanti alla festa fanno il loro numero, ti capiterà di essere nel contempo spettatore ed attore di un immenso, esilarante “happening” che cambia a ogni portico, ad ogni bar, ad ogni angolo di strada. Queste erano, una volta, le mitiche feste delle matricole di cui si favoleggia. C’erano anche (ci son sempre stati) i goliardi “da passeggio”, come c’erano quelli “da fischietto” oppure “da borotalco” (quelli che, come massima espressione di casino, sanno solo correre su e giù soffiando nei loro fischietti e pompando borotalco sui passanti), ma c’erano anche, per fortuna, tantissime “macchiette”, e soprattutto c’era una folla di “filistei” (la popolazione non universitaria) che si riversava volentieri in strada per vederle e divertirsi.

Ne ricordo centinaia, di “numeri”. Un esempio di quelli surreali? Quel goliardo di Trieste che entrava tutto compìto nei caffé (dove allora si usava il telefono nero sul bancone) brandendo un gran paio di forbici e, afferrando la cornetta, chiedeva educatamente: “Lei permette?”. Il barista, credendo si riferisse all’uso del telefono, rispondeva affermativamente e il nostro, senza fare una piega, tagliava il filo. Alle proteste disperate del padrone spalancava gli occhi dicendo: “ma io le ho chiesto il permesso!” mentre tutto il bar si sganasciava dalle risate.

Coreografici? Quello dei “geroglifici”: un gruppo di padovani che a Bologna, per due giorni, vestiti da antichi egizi, procedettero sempre in fila indiana, ma camminando lateralmente, di profilo. Dappertutto. Mentre si spostavano, mentre mangiavano, mentre bevevano, erano sempre “di taglio” come, appunto, gli omini dei geroglifici.

Spettacolari? Quello di alcuni goliardi della Parochia Veneta (una balla bolognese) che a Bologna, guidati dal “paroco” Maurizio Muston scalarono in perfetta tenuta da roccia Via Rizzoli, procedendo in orizzontale. Piantavano i chiodi, si mettevano in sicurezza, si issavano fingendo fatica, tutto come se fossero in verticale, mentre in realtà strisciavano per terra. Giunti sotto le torri, piantarono persino la bandiera.

Ingegnosi? Quello di Gabriele Bruyère, che di notte mise, qui a Torino, una dozzina di trote vive nella vasca di Piazza  CLN, e il pomeriggio seguente se ne venne vestito da pescatore a ripescarsele tutte con la canna, tra gli sguardi attoniti della folla (“come, non lo sapeva? Le fontane di Torino sono piene di trote, arrivano da piccole lungo  i tubi dell’acquedotto, dal Pian Della Mussa, ma poi crescono e non riescono più a tornare indietro perché non passano più attraverso le griglie…”).

I numeri che ho sempre preferito sono quelli improvvisati, nati per caso, organizzati lì per lì. In essi si può apprezzare veramente la fantasia, quella fantasia che  permette ai bambini di divertirsi per ore con un pezzo di legno od uno straccio, immaginando cavalli ed assalti al Fort Apache. A Verona, per esempio, mi bastarono un tavolino ed una sedia, presi a prestito in un bar, per improvvisare ad un semaforo trafficatissimo un “centro traghettamento vecchiette” che costituì lo spasso di tutti noi per un pomeriggio. Le vittime venivano adocchiate, avvicinate e convinte a giovarsi del “servizio” per attraversare la strada. Esso consisteva nel sistemarle sulla sedia e poi, issata la sedia sulle spalle di quattro robusti goliardi, far loro attraversare il semaforo in pieno rosso, mentre altri goliardi bloccavano il traffico platealmente, a gesti e fischi, come se ci fosse stato un ferito. Se la vecchietta, all’arrivo, non pagava il viaggio (offerta libera), veniva riportata al punto di partenza con lo stesso mezzo. Naturalmente, pur di non trovarsi di nuovo sballottate lassù in cima, le anime candide pagavano sempre di buon grado.

Un’altra volta, a Bologna, mi procurai quattro bastoni ed una corda, e ci costruii un ring da pugilato portatile, con le regolari tre funi sovrapposte. Poi suonai a parecchi campanelli, andai su e giù per i pianerottoli dei portoni che trovavo aperti, facendo a chi mi apriva la seguente domanda: “scusi, signora, ha mica un paio di braghette corte, una canottiera e una grossa padella da prestarmi? Le lascio in pegno il mio vestito”. E poiché matto attira matto, io trovai la mia madama che, divertita, accondiscese allo scambio. Appena fui in calzoncini e canottiera scesi da basso con la mia padella (serviva per fare il gong), e via per strada con quattro compagni (uno per palo) più un quinto vestito di bianco che faceva l’arbitro. Il numero funzionava così: appena individuata la vittima (generalmente un pacifico filisteo che aspettava l’autobus, o che guardava le vetrine) i quattro “palisti” stendevano il ring e lo passavano sulla testa del malcapitato, che si veniva così a trovare all’improvviso nel cuore di un incontro di boxe. Nel frattempo, infatti, il gonghista aveva già battuto la padella, ed io saltellavo intorno al poveretto punzecchiandolo con piccoli “jab” al corpo e al volto. Poi lo abbracciavo stretto finché l’arbitro, urlando “break, break” ci separava, e allora io ricominciavo con le finte di corpo e i jab. Inevitabilmente lui, dopo un po’ di questo teatrino, infastidito, mi dava uno spintone o una manata. Allora io crollavo a terra folgorato, e l’arbitro mi contava: uno… due… tre… fino a dieci. Dopo di che, visto che io restavo al suolo, sollevava il braccio del mio avversario inebetito e tutti insieme lo portavamo in trionfo. Manco a dirlo, il “vincitore” finiva per pagare da bere alla combriccola, che poco dopo ripartiva alla ricerca di una nuova vittima. La reazione dei distinti signori coinvolti era sempre diversa e comunque buffissima, tanto che dopo due o tre “incontri” si era formato dietro di noi un codazzo di gente divertita e curiosa di vedere come avrebbe reagito il successivo “avversario”.

Il gioco durò a lungo, fino a sera. Poi ci stufammo, e mollammo in qualche angolo la padella e il ring. Non so dirvi cosa feci dopo. Di certo mi tuffai a capofitto in quel magico caleidoscopio di emozioni che erano le matricolari di allora. Feci un altro numero? Forse. Cantai coi Clerici? Probabilmente. Corteggiai belle fanciulle? C’era solo l’imbarazzo della scelta. Di sicuro so solo una cosa: che nessuno può avermi visto fare il sapientone o il prepotente coi più giovani, o scambiar onorificenze con gli Ordini esteri come amavano fare i goliardi da parata. Ma il vero problema delle matricolari ben vissute è sempre stato il mattino dopo. Non so dirvi se dormii, dove e con chi. Kalimero, che quell’anno era il Gran Maestro del Fittone, ricorda  di avermi visto mentre giravo in una domenica mattina di maggio per le vie di Bologna intorno alle due torri, in calzoncini e canottiera, sforzandomi di ricordare, fra i postumi della  sbornia, in quale diavolo d’un portone abitasse la simpatica signora dello scambio, che aveva in pegno i miei vestiti. Ce ne misi, a trovarla, ma alla fine ci riuscii. Dovetti farmi perdonare lo smarrimento della padella, ma il racconto di quello a cui era servita ricompensò abbondantemente la mia simpatica ospite, che volle offrirmi anche il caffè e mi congedò, ora ricordo, con gli occhi che le brillavano.

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2 risposte a Le macchiette (da "69 racconti di goliardia")

  1. Anonimo ha detto:

    Hai fatto brillare gli occhi anche me, durante la lettura di questi post.
    Grazie per il dono dei tuoi ricordi 🙂
    Francesca C.

  2. Dado ha detto:

    non avrò mai ricordi come questi.

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