Il Polifemo d'oro (da "69 racconti di goliardia")

(segue dal post precedente)

Tornato alla noia ospedaliera dopo la “grande fuga”, mi sottoposi con pazienza alle cure necessarie (costituite da pillole e iniezioni) per fermare la lenta emorragia interna che continuava a riempirmi di sangue l’occhio sprangato dai comunisti. Purtroppo, anche se molto rallentata, essa continuava. Allora il professor Gallenga decise di fermarla con la fotocoagulazione a raggi laser, procedimento che era una novità assoluta per Torino a quel tempo. Si trattava di un intervento delicato, che richiedeva una precisione assoluta: se il raggio del laser avesse colpito ‘corto’, cioè un po’ più in qua della retina, non sarebbe servito a nulla, ma se fosse andato ‘lungo’, cioè troppo in là, me l’avrebbe potuta fulminare. Mi cagavo sotto all’idea di rimanere orbo per far da cavia a una nuova apparecchiatura. Però volli fare il duro, ed accettai. La sera prima del giorno fissato per l’intervento, mi dissero che l’indomani mi avrebbero dilatato la pupilla con l’Atropina, gradualmente, fin dal mattino, per averla pronta, ben allargata, all’ora in cui mi aspettava il laser, le 17. Invece niente. Per tutto il giorno nessuno si fece vivo in corsia. Verso le 16 mi alzai io, e andai a chiedere ragione di tutto ciò. Controllarono il borderò degli interventi, videro il mio nome, e solo allora mi dilatarono, in fretta e furia, tutto in una volta. Poi mi lasciarono lì nell’anticamera della sala laser, senza darmi ulteriori notizie. Aspettai fino alle otto di sera che mi fotocoagulassero, ma alla fine, per il ritardo accumulato nei precedenti interventi (apparecchiatura, operatori, procedimenti, era tutto nuovissimo) venni rimandato in corsia senza che nulla mi fosse effettuato. Se ne sarebbe riparlato il giorno dopo.

Fu allora che, un po’ per la tensione accumulata, un po’ per la paura patita inutilmente, un po’ per l’indignazione verso l’indifferenza del personale medico e infermieristico nei confronti dei pazienti in ansia, mi incazzai tra me e me come un bisonte celibe in calore, e giurai di fargliela pagare alla prima occasione. Manco a dirlo, l’occasione si presentò subito: quando la mattina dopo entrò in camera il professor  Gallenga col suo codazzo e mi rivolse la solita domanda “come va, Vostra Santità?” scattò in me il diabolico genio della burla. Fingendo grande trepidazione gli risposi: “me lo dica lei come va, professore: dopo la fotocoagulazione di ieri sera, spero proprio che l’occhio sia migliorato!”.

“Ah, l’hanno fotocoagulato? Bene, bene, vediamo!” fece con sussiego il luminare, e si mise a spiarmi il fondo dell’occhio con la sua pila oftalmica: “Ottimo lavoro! Magnifico! Perfettamente riuscito! Si vede benissimo la cicatrizzazione” esclamò. Dopo di lui, a turno, tutti i suoi tirapiedi mi guardarono nell’occhio magnificando gli effetti dell’intervento. Io li lasciai fare fino alla fine, sghignazzando in cuor mio, ma poi balzai dal letto e feci a tutti il segno dell’ombrello: “Siete un branco di incompetenti, siete dei veri e propri accecatori! – urlai  – me ne scappo via da qui prima che mi rendiate orbo per davvero!”. Loro provarono a calmarmi, ma io non volli sentir ragione. Avevo 22 anni, dunque ero maggiorenne (allora lo si diventava a 21 anni, non a 18 come ora), così potei firmare lo scarico di responsabilità, vestirmi e andarmene. Dopo un’ora ero già a casa. Mi feci in seguito curare da un bravo oculista estraneo al “giro” universitario”, e salvai perfettamente l’occhio.

A Natale, però, volli chiudere la vicenda con una beffa clamorosa, che facesse tornare la luce del sorriso goliardico su un episodio (la mia improvvisa partenza) che tutto sommato era stato vissuto sopra le righe, tra urla, minacce e offese. Così mi misi sopra l’occhio una benda nera da orbo, alla Moshe Dayan, indossai i paramenti pontificali e mi recai all’Oftalmico in visita pastorale, coi miei cardinali e le mie vestali al seguito. Avevo fatto comprare una damigiana di buon vino, che fu issata su un carrello portavivande e distribuita (con la gomma e i bicchieri di plastica) in giro per i reparti a tutti i miei ex-compagni di sventura, che avevo abbandonato la settimana prima in modo così repentino e clamoroso. In un certo senso ero stato il loro vendicatore: la mia fama, già alle stelle dopo la fuga notturna alla balèra, era diventata leggenda dopo la beffa al primario e al suo staff.

Feci il giro benedicente in tutti i piani e poi, col mio corteo allegro e variopinto, tornai da basso per farmi annunciare a Gallenga, che stava tenendo consiglio di amministrazione al pian terreno. Egli sospese subito la seduta e acconsentì a farci entrare. Appena fummo tutti dentro io, mentre lui ascoltava con curiosità e divertita sorpresa, lessi con voce solenne a lui e a tutto il Consiglio la pergamena con cui gli conferivo, visti i suoi acclarati meriti di grande accecatore, l’ambita onorificenza del “Polifemo d’oro”. Avevamo preparato tutto con cura: pergamena istoriata e collare di raso rosso con appesa la testa dorata (in plastilina verniciata, opera dell’ottimo Bozza) di un perfetto Polifemo, con un occhio solo in mezzo alla fronte. Gallenga fece buon viso a cattivo gioco, e chinò il capo affinché gli appendessi al collo la beffarda onorificenza.

A quel punto reclamammo anche da bere, per festeggiare il conferimento di cotanto premio, e lui mandò gli uscieri a prendere dello spumante e delle paste. Devo dire che si dimostrò sportivo e signorile, anche se in ospedale era un tiranno temutissimo. Però non mi sfuggirono (sono immortalate nelle foto che un mio vescovo scattò nell’occasione) le risatine che i suoi collaboratori fecero sotto i baffi mentre lui brindava con noi per il suo riconoscimento ufficiale di ‘Grande Accecatore’. Poi, vuotati i calici e i vassoi, uscimmo allegramente in corridoio e finimmo di vuotare anche la damigiana con gli uscieri, cantando ed augurando buone feste a tutti.

Quel Natale, all’Oftalmico, se lo ricordano ancora adesso, anche se il grande professor Gallenga, pace all’anima sua, è già passato da un pezzo alle dimore celesti.

 

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2 risposte a Il Polifemo d'oro (da "69 racconti di goliardia")

  1. Anonimo ha detto:

    In questo “povero” (si fa x dire) pianeta ci sono due grandi gruppi di persone che sovrastano i meno (normalment si dice “i più”!) e cioè: gli IMBECILLI e gli INVIDIOSI, le generazioni dei quali, purtroppo, non si estingueranno mai!
    EVVIVA I GOLIARDI (i meno)!!!

    missis Horse

  2. Anonimo ha detto:

    Non ho la fortuna di aver letto i “69 racconti”, e poterne leggere qualcuno qui è un regalo bellissimo 🙂
    Grazie!
    Francesca C.

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