Zeus all'ospedale (da "69 racconti di goliardia")

Quando fui eletto Pontifex Maximus per la prima volta, nel Novembre del 1968, non ebbi la soddisfazione di assistere al Gran Conclave: ero immobilizzato in un letto dell’Ospedale Oftalmico di Via Juvarra. Mi ci avevano ricoverato d’urgenza alcuni giorni prima, per una sprangata all’occhio ricevuta dai “compagni” mentre catturavo le matricole davanti a Medicina. Gli ominidi in eskimo non avevano capito la scherzosità di quell’antica tradizione ed avevano preso le difese delle matricole bastonandomi, com’è sempre stata avvezza a fare l’ultrasinistra, allora come oggi. Nessuno li aveva chiamati, neanche i “difesi”. La ‘caccia’ scherzosa agli studenti del primo anno è una tradizione plurisecolare, anzi, millenaria, tant’è che l’imperatore Giustiniano, nella Costituzione “Omnem Reipublicae” (data in Costantinopoli nel 533 D.C.) era costretto a dettare: «…edicimus ut nemo audeat…ex his qui legitima peragunt studia…. ludos exercere et alia crimina vel in ipsos professores vel in socios suos et maxime in eos qui rudes ad recitationem legum perveniunt…» (…stabiliamo che nessuno tra gli studenti di legge osi perpetrare scherzi ed altri reati nei confronti degli stessi professori o dei compagni e soprattutto nei confronti delle matricole…). In ogni caso, oltre che millenaria, era una tradizione universitaria che nel 1968 era ancora seguitissima, checché ne dicano i tristi esponenti della ‘meglio gioventù’ che vorrebbero imporre il loro copyright su quel periodo.

Io in quegli anni facevo parte della Sacra Vola della Contea, sovrana a Medicina, e davo una mano ai conteani nella “stagione venatoria”, anche se ero iscritto a Lettere. Per spettacolarizzare la caccia, avevamo comprato un vecchio carro agricolo, uno di quegli enormi “tamagnun” che davanti avevano un timone così lungo da poterci aggiogare due pariglie di buoi. Il pianale era spazioso, ma senza sponde, e a sostenere il veicolo c’erano quattro maestose ruote di legno cerchiate in lamiera. Avevamo poi fatto costruire da un fabbro una grossa gabbia di ferro che potesse contenere fino a sei matricole, e l’avevamo fissata al centro del carro. Per il traino, avevamo inchiodato trasversalmente sul timone e sul pianale una serie di travi in legno. Sporgendo a pettine sui due lati, esse costituivano l’appoggio cui le matricole catturate, debitamente incatenate, potevano aggrapparsi per spingere o tirare. Tutte portavano un cartello appeso al collo con la scritta “matricula tirans” o “matricula spingens” secondo la mansione loro assegnata. Le più ribelli le mettevamo in gabbia, col cartello “matricula galeotta” oppure chiudevamo loro il collo e i polsi nelle gogne, col cartello “matricula ferox bavosa”.

Completato il “carico” umano, l’enorme carro partiva da Corso Massimo e si dirigeva verso il centro della città. Ad ogni bar il veicolo brulicante di feluche faceva una sosta: i goliardi anziani entravano a questuare una bottiglia di grappa, che veniva data loro di buon grado dall’oste. Soddisfatta la sete dei “siderei extra cursus” dei “magnifici antiani” e dei “phamelici phaseoli”, il bottino alcoolico veniva passato alle matricole incatenate al carro, che si ristorassero e si rassicurassero: non avevano nulla da temere dagli anziani. E loro non ci mettevano molto a capirlo, tanto che le altre matricole sfuggite alla caccia (le quali seguivano il carro da lontano, timorose, ma curiose di vedere come andava a finire), dopo aver visto che i loro amici catturati si divertivano, cantavano e bevevano gratis al solo patto di spingere un carro, si avvicinavano e chiedevano di dar loro il cambio. Così si partiva in cento, e si arrivava in quattrocento a fine corsa. Percorrevamo tutto Corso Massimo, Corso Vittorio, Via Roma, Via Cesare Battisti, e arrivavamo in Piazza Carlo Alberto, di fronte Palazzo Campana, dove ci accoglievano altri goliardi rimasti al baretto di Rino ad aspettare.

Intorno al monumento equestre sito al centro della piazza si facevano correre le matricole in mutande, e queste, ben imbenzinate dai liquori tracannati lungo il tragitto, non si facevano pregare: a fine mattinata l’amicizia era bell’e fatta, si dava loro il papiro e si riportava il carro al suo posto, pronto per la successiva battuta di caccia. Tutto qui. Ma il gruppuscolo dei rossi ci aveva aspettati con le spranghe per “far cessare quelle usanze vessatorie, tipiche dello spirito prevaricatore e fascista della vecchia università borghese”. Loro davano del “fascista” a chiunque dissentisse dalle loro tesi. Se lo davano anche fra di loro, nelle assemblee. Nessuno in quei gruppuscoli extraparlamentari pareva accorgersi che ad essere davvero fascista era solo la loro intolleranza settaria.

Ma torniamo alla caccia di quel giorno. Furono le stesse prede, cioè le matricole, a prendere le nostre difese e a mettere in fuga i nostri bastonatori, dopodiché l’allegro corteo si svolse come sempre. Fu solo a fine mattinata che, preoccupato per l’occhio che mi si riempiva sempre più di sangue, decisi di andare al pronto soccorso dell’Oftalmico. Lì non mi fecero neppure tornare a casa a prendere un  pigiama: mi ricoverarono immediatamente, a letto immobile, bendato, per grave emorragia all’interno del globo oculare sinistro e sospetto distacco di retina. Dopo una settimana di assoluta (e noiosissima) immobilità, in cui peraltro non erano mancate le allegre visite dei goliardi al mio capezzale (con grande scandalo di suore ed infermiere per le burle e gli schiamazzi) ci fu il Gran Conclave. Quale non fu la mia sorpresa nel sentire cantare in strada, alle cinque del mattino seguente, l’inno “Zeus vincit, Zeus regnat, Zeus imperat” insieme a ripetute grida: “per Manilius, Hatù, Hatù, Ollà!” ed anche il “gaudeamus Igitur”. Ero stato eletto Pontifex.

Il pomeriggio seguente arrivò in reparto il solenne corteo dei cardinali coi paludamenti da cerimonia: il Cardinal Decano, Alessandro Bozza, mi mise in capo la feluca dorata e al dito l’anello, simboli del massimo potere goliardico in Piemonte, e, visto che c’era, mi costruì anche a capo del letto una specie di baldacchino, col mio nome di Pontifex (avevo scelto “Zeus Renatus V Persecutor”) e lo stemma del Supremus Ordo Taurini Cornus. Tutti si inchinarono, e vollero baciarmi a turno l’anello. I miei compagni di stanza (eravamo in quattro) erano stupiti e divertiti. Le suore, manco a dirlo, sempre più allibite. Per giorni e giorni ci fu un continuo andirivieni di goliardi (e goliarde…) in visita, sempre recanti doni mangerecci o beverecci che io ovviamente spartivo con la camerata e poi, data l’abbondanza, col piano intero.

Quando il primario (il severo e temutissimo Professor Gallenga, “barone” d’antico stampo) vide per la prima volta il baldacchino e la scenografia pontificia sopra il mio letto non solo non si arrabbiò, ma si mostrò divertito e volle baciarmi l’anello. Evidentemente era stato anche lui goliardo in gioventù. Da quel preciso istante le mie quotazioni presso il personale medico e paramedico salirono vertiginosamente. Infatti ogni volta che il Primario, seguito dal suo codazzo di leccaculi in camice bianco, arrivava nella mia camera, mi salutava con un inchino burlesco e un: “oggi come va, Vostra Santità?” che mandavano in sollucchero i degenti e in deliquio le suore.

Ma presso i ricoverati, fra i quali ero già popolare per i continui doni mangerecci, la mia fama giunse all’apice quando fuggii di notte in pigiama e vestaglia per recarmi al Dancing Le Roi, dove si svolgeva il tradizionale Gran Ballo delle Caterinette. In teoria avrei dovuto restare a letto immobile, perché rischiavo davvero di perdere la retina, ma era il 25 Novembre 1968, Santa Caterina, e per nessun motivo avrei voluto mancare la benedizione dal palco, a costo di rimetterci l’occhio. Così aspettai le undici di sera (notte fonda negli ospedali, dove si cena alle cinque…) dissi all’infermiere di turno che andavo al gabinetto e invece mi calai nei sotterranei col montacarichi della biancheria. Dalla lavanderia poi sgattaiolai in cortile, scavalcai il cancello su Via Bertola e in pochi passi guadagnai Porta Susa. Immaginatevi la faccia del taxista che si vide salire in macchina un tizio in pigiama, con una gran barba nera e l’occhio vistosamente bendato, che gli ordinò imperiosamente: “Di corsa, al Dancing Le Roi!”.

Arrivato là, trovai più di duemila goliardi, fra quelli stipati dentro la sala e quelli che, non essendo riusciti ad entrare, si accalcavano fuori. Fu il delirio: tutti mi sapevano immobilizzato a letto, e nessuno si sarebbe aspettato un simile colpo di follia. La serata dei Cardinali, fino ad allora, era appunto trascorsa a discutere su chi di loro avrebbe avuto il privilegio di benedire la folla dal palco a nome mio. Arrivando, li misi d’accordo tutti. In perfetto latino, benedissi. Poi mi feci riaccompagnare in ospedale, e stavolta mi seguì un corteo entusiasta di goliardi. Feci il mio ingresso trionfale dal portone principale, quello di Via Juvarra. Il portiere di notte, che mi conosceva bene ma non mi aveva visto uscire, per poco non sveniva. Idem l’infermiere di turno al piano. Tornato a letto, comunque, dormii saporitamente, e la mattina dopo la storia della mia fuga notturna era già leggenda.  

(continua domani)

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3 risposte a Zeus all'ospedale (da "69 racconti di goliardia")

  1. Anonimo ha detto:

    “69 racconti di goliardia”: prezioso regalo di cui tante persone, forse, non comprendono del tutto la peculiarità che lo contraddistingue.
    Te ne siamo grati, o Zeus!

    Missis Horse

  2. bicker ha detto:

    You are so humorous, and your words are so attracted me.

  3. Piero Paltrinieri ha detto:

    ce ne è uno solo ::: un GAUDEAMUS dall’Australia

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