Le feste delle matricole (da "69 racconti di goliardia")

Ho pensato di proporvi qualche capitolo del mio libro “69 racconti di goliardia”, scritto più di 20 anni fa e purtroppo non più reperibile nelle librerie. Forse qualcuno, leggendo, comincerà a capire qualcosa di goliardia, o almeno a sentirne il profumo. Cominciamo dalle “Feriae matricularum”, quelle feste di piazza che ogni Ordine organizza una volta all’anno, e alle quali partecipano i goliardi di tutte le altre città (alle più importanti, come quelle di Torino, Bologna e Padova, vengono delegazioni anche dall’estero). Le rammento volentieri, le “matricolari”, perchè sono una miniera di ricordi, scherzi, macchiette e “numeri” vari, su cui si potrebbe scrivere un intero libro.

Non si può rendere, ad un giovane d’oggi, l’idea di cosa fossero le matricolari di una città come Padova o Bologna, se non ricorrendo al paragone coi raduni degli alpini. Chi ne ha visto uno, chi ne ha vissuto uno dall’interno, può capire. Naturalmente gli alpini, che ai raduni sono più di centomila, scelgono grandi città per le loro feste, ma vi assicuro che quindicimila goliardi in una città come Padova fanno lo stesso effetto. Arrivando da fuori, cominciavi a trovare capannelli di goliardi questuanti al casello dell’autostrada, quando non già negli autogrill sul percorso di avvicinamento. E poi sempre più fitti, man mano che ti avvicinavi al centro della città, a gruppi, a coppie, da soli, intenti a questuare o a corteggiare le ragazze, oppure seduti in crocchi a cantare, con una chitarra in mezzo ed un fiasco che passava di bocca in bocca. Bisognava metter la feluca in testa o sul cruscotto, per non vedersi lavato il parabrezza ad ogni semaforo: i marocchini non hanno inventato niente. Se arrivavi in treno, era lo stesso alla stazione: i cori rimbombavano, insieme ai richiami, sotto le grandi volte, e le chiazze variopinte di mantelli e piume facevano curioso contrasto col grigiore che di solito caratterizza l’arredamento e i frequentatori dei terminal ferroviari.

L’appuntamento era, ovviamente, all’Università. A Padova questa è situata nel cuore del centro storico, dentro il famoso Palazzo del Bo’, a due passi dal mitico Caffè Pedrocchi. Per farvi capire cosa sia il Pedrocchi per i goliardi patavini (e di tutta Italia), basti dire che tutti i laureati da più di un secolo vanno a brindare lì con la corona d’alloro intorno al collo, non appena divenuti dottori, insieme al codazzo di amici. Il signor Pedrocchi, fondatore dello storico e risorgimentale caffé (oggi di proprietà del Comune di Padova) lasciò scritto nel testamento, come clausola irrifiutabile dagli eredi, che nella cosiddetta “sala verde” (quella che dà su Piazzetta Pedrocchi, verso la Stazione) ci fosse sempre un posto a sedere gratuito per qualunque studente lo chiedesse, con diritto ad un bicchier d’acqua e ad un giornale, e naturalmente con l’esenzione dalla consumazione, obbligatoria nelle altre sale (e in quella stessa per i “filistei”, cioè i non-goliardi).

Molti, ai miei tempi, arrivavano alle “Feriae matricularum” due o tre giorni prima della data fissata, e se ne andavano anche una settimana dopo. Si viveva di ospitalità e di questua, e lo sciame dei postulanti era così fitto che a Bologna dovettero inventare (subito imitati da tutte le altre città) una “bolla di esenzione” che veniva ceduta a caro prezzo ai negozianti. Tale bolla-pizzo avrebbe dovuto in teoria servire, se esposta dietro il vetro della porta, a metterli al riparo da ulteriori richieste da parte di chiunque avesse la feluca in testa. L’esenzione veniva garantita con pesanti interventi della Polizia Goliardica locale, che smutandava e rapava a zero i trasgressori colti sul fatto. E’ curioso notare che la “trovata” bolognese (che assicurava grassi esborsi da parte dei negozianti, ansiosi di non essere infastiditi dal continuo ingresso di postulanti durante i giorni delle feriae) sollevò immediatamente un problema: come garantirsi dai falsari? Infatti vi fu subito chi si fece stampare in qualche tipografia una bolla identica a quella ufficiale e andò a venderla ai negozianti precedendo il giro “vero” degli organizzatori ufficiali. Un bel casino, insomma.

La mattina del primo giorno, ad ogni modo, se si era a Padova ci si trovava tutti nel cortile del Bo’ per ritirare gli “accreditamenti”. L’accreditamento consisteva in un certo numero di buoni-pasto e buoni-letto, che variava secondo la disponibilità dell’Ordine ospitante, e che comunque costituiva un ambito “riconoscimento” per l’Ordine estero che aveva inviato una delegazione. Gli Ordini più importanti (o quelli legati all’Ordine ospitante nel complicato gioco delle alleanze goliardiche) ricevevano un trattamento migliore rispetto agli Ordini “nemici” e a quelli meno influenti o diplomaticamente più sprovveduti. Ad ogni Capo Ordine riconosciuto e alla sua guardia del corpo spettava infine il privilegio di accedere al grande pranzo ufficiale delle delegazioni. Superati questi dettagli burocratici e risolto in qualche modo il problema del vitto e dell’alloggio per tutti, ci si tuffava a corpo morto in quella specie di pirotecnico “living theatre” che era la festa vera e propria.

Essa fungeva da cartina di tornasole per riconoscere i goliardi di razza, distinguendoli dagli sfigati. Gli sfigati, infatti, come suggerisce il loro stesso epiteto, cercavano figa per tutta la durata delle matricolari. Il tragico era che, essendo dei veri sfigati, restavano quasi sempre a carniere vuoto, anche dopo tre giorni di caccia continua ed ossessiva. Però erano contenti lo stesso: almeno avevano potuto pavoneggiarsi davanti agli amici passeggiando su e giù con qualche bella passera sottobraccio. Passera che poi andava in cerca di altri uccelli in altri siti, ma a loro, agli sfigati cronici, andava bene anche così. Gli amici, vedendoli, potevano anche sospettare che magari, dopo… Tenete presente che sto parlando degli anni ’50 e ’60, ben prima del “woman’s lib” e la norma era, per le ragazze, di non darla. Alle matricolari, però, specialmente coi goliardi venuti “dagli esteri” le ragazze del luogo (sovente arrivavano anche dalla provincia, e non tutte erano universitarie) mollavano volentieri i freni inibitori. Questo però non giustificava, a parer mio, che uno trascorresse tutta una matricolare a caccia di figa, dimenticando gli amici, le burle ed ogni altra cosa. 

C’erano anche quelli che fin dall’arrivo si ubriacavano come bestie, e già dalla prima sera ti toccava raccattarli in coma etilico per strada, e portarli all’ospedale per la lavanda gastrica. Nella migliore delle ipotesi questi alcolizzati, anche se non finivano proprio tutte le volte all’ospedale, passavano i tre giorni a barcollare e vomitare, completamente inebetiti, o crollavano addormentati sopra e sotto i tavoli. In ogni caso si perdevano il meglio della festa. Peggio di loro (sempre secondo il mio metro di giudizio) c’erano solo gli inutili fighetti, i cosiddetti  ”goliardi da parata”, quelli che indossavano paramenti sontuosi e ricamati, avevano in capo feluche durissime, pulite e riccamente ornate (il cappello dei veri “goliardi da piazza” è sempre sporco di vino e moscio perché funge da coppa per bere, da cuscino per dormire, da cesto per questuare…), e passeggiavano tutto il tempo su e giù storcendo il naso e trinciando giudizi su questo o quello. Scartate queste categorie, c’erano tutti gli altri. Per fortuna, erano la maggioranza. Ed era davvero una goduria starsene con loro.

L’euforia era contagiosa. A tutti gli angoli c’era chi ti invitava a bere, ogni pochi passi c’era un coro a cui unirsi, una macchietta da guardare. Se poi eri veramente uno “giusto”, non lasciavi passare una matricolare senza fare il tuo numero, diventando così attore e nello stesso tempo spettatore del grande show. A noi si univa la turba dei ragazzi e delle ragazze delle medie superiori, le cui scuole erano state regolarmente “invase” alla mattina (era la famosa “liberatio mediorum” fatta suonando le trombe ed i fischietti, e soffiando nubi di borotalco nelle aule), e si mescolava anche la folla dei cittadini, curiosi e lieti di assistere alle “trovate” degli studenti, di veder sfilare i loro carri, di lasciarsi contagiare dalla loro sfrenata allegria.

Il numero poteva essere improvvisato sul momento (come il mio “centro traghettamento vecchiette” a Verona) o lungamente studiato. Ne ricordo qui uno, che preparai con cura a Torino ed eseguii nel 1972 alle matricolari di Padova (dove vinse il premio come migliore macchietta) e che ripetei poi a generale richiesta, dato il successo, a quelle di Verona. Dunque: mi ero procurato presso la Ditta Genta (primaria impresa torinese di pompe funebri) una serie di fotografie di casse da morto, fingendomi un pittore in cerca di immagini funebri per un collage di ‘arte macabra’. Orgogliosi che avessi interpellato loro, i Genta me ne diedero in quantità, prendendole dai loro vecchi campionari, e mi fornirono anche una chicca: la foto del loro carro a cavalli, l’unico ed ultimo rimasto in attività a quel tempo sotto la Mole. Poi con la stessa scusa mi procurai  due o tre cataloghi di lampade, bronzi, lapidi e vasi funerari da un grossista di Via Catania, vicino al cimitero monumentale. Misi il tutto dentro una 24 ore nera, insieme ad un copia-commissioni e ad un metro da falegname. Per la trasferta, infine, mi vestii completamente di nero, da capo a piedi. Bombetta nera, occhiali neri, guanti neri, stiffelius, pantaloni, calze e scarpe nere.

Il mio aspetto era davvero… inquietante. Sembravo un perfetto jettatore, e il primo mio divertimento era già quello di vedere l’aria leggermente spaventata di chi mi incrociava. A volte coglievo furtivi palpamenti di coglioni, o dita incrociate dietro la schiena, o corna mal celate. Ma il ‘numero’ vero e proprio era questo: mi avvicinavo con calma ai vecchietti che trovavo seduti da soli ai tavolini del Pedrocchi, e chiedevo loro con garbo e distinzione se potevano dedicarmi due minuti. Ottenuta la risposta affermativa, mi sedevo al loro tavolo, aprivo la 24 ore, ne cavavo il metro, lo dispiegavo con sussiego e mi dedicavo a misurare attentamente le loro membra. Mentre prendevo appunti sul notes (“… bacino 70, femore 40… forse va bene la standard…”) le vittime davano già chiari segni d’inquietudine. Ma non appena io, sfilatomi i guanti dito per dito, aprivo il dossier delle bare e ne proponevo l’acquisto con la massima serietà, saltavano in piedi come cavallette, imprecando e toccandosi i coglioni. Va da sé che il gioco riusciva tanto meglio quanto più io mi fingevo stupito dalle loro maledizioni, sostenendo che non c’era nulla di male ad essere preveggenti, e che comprando la bara in anticipo avrebbero sicuramente risparmiato.

Fioccavano le corna e le proteste dei poveretti (“ma va in mona, tì e tò màre!…), però capitava anche che alcuni di loro stessero al gioco, e si fingessero interessati pensando di spiazzarmi. Io invece, che non difettavo certo di parlantina, davo proprio con loro il meglio di me. Descrivevo i vari tipi di casse da morto che la mia ditta produceva: ”…vanno dal modello supereconomico, consistente in quattro maniglie da avvitare direttamente nella salma, una volta sopraggiunto il rigor mortis, fino all’ultimo modello extralusso, con aria condizionata, musica stereo e spostamento overcraft. Cos’è lo spostamento overcraft? Ma è l’ultimo gioiello della tecnologia funebre, signore, direttamente dalla ricerca spaziale! Ha presente il modulo LEM, quello lunare? Ecco, la sua cassa come il LEM sarà dotata di potenti getti d’aria computerizzati che la dirigeranno fino al loculo senza neppure l’intervento dei necrofori”…

Aggiungevo, di fronte al capannello che ogni volta si formava intorno al mio piccolo show: “… e poi, signori miei, chi ha mai detto che una bara debba servire esclusivamente per il trasporto delle salme? Messa in anticamera, ad esempio, può essere un bellissimo portafiori. In ufficio, con apposite serrature, diventa una cassaforte originale e inespugnabile. La mia azienda ha lanciato di recente e con successo anche la bara-garçonnière, a due piazze, con angolo-bar e buco laterale per i voyeurs. C’è persino, per gli sportivi, la bara a vela, con albero maestro telescopico, che vi garantirà indimenticabili week-end sul lago…”.

Alla fine stipulavo il contratto, poniamo, per la bara a vela, tra il plauso dei presenti, e al cliente divertito chiedevo solo qualche migliaio di lire “per le spese telegrafiche, dato che voglio trasmettere il Suo gradito ordine con la massima urgenza, come Ella sicuramente apprezzerà…”. Difficile sottrarsi ad una richiesta tanto fantasiosa e garbata, così io incassavo, davo al “cliente” la copia dell’ordine e passavo alla vittima successiva. In due giorni feci tanti soldi e tante risate da mantenere a champagne l’intera delegazione del Cornus. A Verona ottenni eguale successo nei dehors dei caffè di Piazza Bra, sul “listòn”. Per alcuni lustri non son potuto andare a Padova al Pedrocchi o a Verona al Bar Cavour senza che i camerieri mi riconoscessero e mi salutassero calorosamente come “il venditor de bare”. Con annessa offerta di “ombreta”, naturalmente.

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2 risposte a Le feste delle matricole (da "69 racconti di goliardia")

  1. vector ha detto:

    You have a very sucessful blog,i never saw such a nice one before

  2. Piero Paltrinieri ha detto:

    Grazie Manlio , rileggere il tuo .”racconto” … mi ha portato indietro più di mezzo secolo. Ho rivisto amici, ho rivisto le Goliardiche allegrie, ho rispolverato il Gaudeamus e i Canti da Osteria. Siamo stati padroni del ridicolo e ad un passo al di là del ridicolo si era nel sublime dell’Amicizia.

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