Orwell e le vergini di ritorno

Al centenario della nascita di Gorge Orwell, nel 2003, i media dedicarono meno spazio di quanto ne sprecarono per i 60 anni della Carrà. Il che, essendo stato Orwell il profeta dell’anticomunismo ed essendo i media italiani controllati da comunisti (vetero, ex, neo, pentiti, fieri, dissociati, trans , terzaviandanti… non importa: i loro “distinguo” sono solo  maquillage, perché poi fra loro si chiamano tutti compagni e si tengono aggrappati alla stessa radice gramsciana) era largamente prevedibile. Ma di questa congiura del silenzio Orwell, se fosse ancora vivo, riderebbe alla grande.

Gli basterebbe la soddisfazione di veder realizzate nella società di oggi le previsioni contenute nei suoi libri. Tra l’altro sarebbe straricco, perché di “1984” e de “La fattoria degli animali”(una denuncia dello stalinismo sotto forma di favola) sono state vendute più di 40 milioni di copie. Il grande scrittore e giornalista inglese era socialista e non rinnegò mai l’idea. Però era intellettualmente onesto, dote rara fra la gente di sinistra. Partecipò, ad esempio, alla guerra civile spagnola dalla parte degli antifranchisti, ma ciò non gli impedì di denunciare i soprusi e gli assassinii dei comunisti iberici ai danni dei loro compagni anarchici. Hemingway, per dire, andò in Spagna come lui, combatté i franchisti come lui, con lui vide le porcate dei comunisti, ma non le denunciò.

Ma si diceva delle sue visioni premonitrici. Nel suo libro “La fattoria degli animali”, con la metafora degli animali che si ribellano al padrone per finire schiavi dei maiali, Orwell ci dice che l’uomo ama il potere, e per esso è disposto a tutto.  Sapendo quanto è poi successo (e continua a succedere)… in Cina, in Cambogia, in Birmania, a Cuba, nella Corea del Nord, bisogna ammettere che “ci ha attaccato”. Nell’altro suo capolavoro “1984” egli anticipa l’idea del partito unico che domina col terrore (e con la Corea del Nord ci siamo). Parla di sorveglianza elettronica totale dei sudditi (ci siamo anche qui. A parte il “grande fratello” della Tv, che è un gioco, basta citare Echelon, o le multe tramite videocamera, o la nostra rintracciabilità totale attraverso carte di credito, telepass, tom-tom e cellulari…). Ipotizza anche l’avvento di una neolingua unica , burocratica e inespressiva, fatta di sigle (e ci stiamo arrivando: l’inglese soppianterà presto ogni lingua. Di sigle e acronimi sono pieni i giornali. La lingua degli Sms è tutta un’abbreviazione…).

Insomma, Orwell ci ha azzeccato alla grande. Ma di lui mi piace soprattutto ricordare la frase che dedicò agli intellettuali filocomunisti del secondo dopoguerra (i Marcuse, i Sartre, i Calvino, e tutti gli altri padri-plagiatori della “meglio gioventù” sessantottina), e che andrebbe scalpellata in una lapide da apporre su tutte le sedi del Pd, Prc, Ci, Anpi, Istituti Gramsci et similia: “Non pensate di fare per anni i propagandisti e i leccapiedi del regime sovietico o di qualsiasi altro regime, e di poter tornare poi d’un tratto alla decenza mentale. Puttane una volta, puttane per sempre”.

Standing ovation, George.

 

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Una risposta a Orwell e le vergini di ritorno

  1. Anonimo ha detto:

    Standing ovation per te, Manlio, per aver ricordato Orwell.
    Franz

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