Costa Smerdalda

Eccomi di ritorno da Laigueglia. Certo, a Ferragosto c’era casino, ma non come gli altri anni. La crisi morde, e i primi ad essere colpiti sono i consumi voluttuari, come appunto le vacanze. In ogni caso, quando sento le solite lamentele sull’affollamento ferragostano nei luoghi di villeggiatura, calo sempre una carta vincente: la storia del cesso sul Cervino. Notizia vera, e paradigma d’una situazione-vacanze che è diventata ridicola, se non drammatica.

Ecco la storia. D’estate vi sono giorni in cui sulla vetta del Cervino arrivano fino a 70 alpinisti. Già è difficile starci, in tanti così, lassù in punta, ma c’è un problema anche peggiore dell’affollamento: i bisogni corporali. Se anche solo una parte di quegli scalatori viene colta dal bisogno (liquido o solido), col cocuzzolo così affollato non ha altra soluzione che appendersi in sicurezza e far tutto nel vuoto. Il risultato, fino a pochi anni fa, era che le cordate in arrivo ricevevano in faccia tutto quel po’ po’ (è proprio il caso di dirlo) di roba. Ora non più. Gli svizzeri (ai quali appartiene territorialmente la cima) vi hanno costruito un cesso, portando su muratori e materiali in elicottero. Capito? Uno s’arrampica con chiodi e staffe fino a 4478 m. affrontando pendenze di 5° e 6° grado (che non è roba da turisti in bermuda) e, arrivato in cima, trova una piccola folla in coda davanti al cesso.

Ora mi raccontano che succede una cosa abbastanza simile in uno dei paradisi più esclusivi del Mediterraneo: l’arcipelago della Maddalena. Altro che “esclusivo”, però: in quelle acque a Ferragosto gettano l’ancora, da quando lo sbarco sulle isole è stato vietato o contingentato, centinaia d’imbarcazioni. E su di esse arrivano migliaia di persone, di cui una parte, come accadeva sul Cervino, fa i suoi bisogni in mare perché è più comodo e sbrigativo che usare il wc chimico di bordo. In ogni caso, se non tutti evacuano, tutti sicuramente mangiano in barca, dopodiché i più “disinvolti” buttano i rifiuti e lavano le stoviglie in acqua. Peggio che in porto, dove almeno ci sono i cassonetti e i Wc sulla banchina. Chi osa tuffarsi fra quelle barche alla fonda è costretto a nuotare in un mare che sarà pure color smeraldo e trasparente, ma è coperto da una sottile pellicola oleosa (è il gasolio disperso dai motori dei natanti in sosta) e mostra qua e là “ricordi” organici, cicche e cartacce galleggianti.

Purtroppo lì non si possono costruire cessi. Nell’attesa che risolvano il problema, segnalo il caso a chi è rimasto a Torino quest’estate a godersi le acque, magari un po’ clorate, ma pulitissime delle piscine comunali. Almeno si è salvato dalla Costa Smerdalda.

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Una risposta a Costa Smerdalda

  1. Anonimo ha detto:

    Caro Manlio,
    Nel 1932 un giovane di 21 anni finì la sua vita in un crepaccio del Cervino. Era mio zio. Leggere ,ora ,queste novità su una montagna che era ammantata di neve e di storie tragiche e che ora è ridotta alla stregua di uno sporco giardinetto di periferia con annesso servizio igienico, il cesso, mi fa senso e mi sento ormai tagliato fuori da questo mondo senza più ideali.
    Franz

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