Lo zaino

(post lungo e intimista, adatto solo ad amici pazienti e comprensivi)

 

Nel leggere il commento di Fufù al mio post “Mogli assenti” dell’altro ieri ho avuto una crisi di malinconia. Sarà che sono depresso cronico, che vado avanti a pillole e mi gonfio i visceri (come dice il mio amico e psichiatra personale, il grande goliardo fiorentino Zalla) con  l’insublimabile peso di complessi di colpa vecchi e nuovi, sarà anche per questo, dicevo, ma ci sono rimasto davvero male. Ce l’ho, ce l’ho il complesso della palina, Cristo se ce l’ho. E mi rendo anche conto d’essere rimasto incagliato lì, nel mio percorso di elaborazione del lutto, lungo e difficile come non avrei mai creduto. Chi mi conosce da vicino (e Fufù mi conosce, essendo il padre di due dei miei nipotini) ha tutto il diritto di dirmi: «Vai alla palina tutti i giorni portando mazzi di fiori, cosi stai meglio, quindi soddisfi un tuo bisogno. Lasci sola sempre la tua famiglia tua moglie e due figli. Nonostante ciò, ci vai lo stesso, gratifichi il tuo amore, curi la tua autostima con un impacco di buonismo, ripensi ai tempi andati e a cosa non ti sei perso con Titti e trai “il meglio” da ciò che hai (una palina)».

Tutto ciò è molto duro, ma almeno è franco e diretto, ed io ho sempre amato queste doti, almeno quanto ho odiato l’ipocrisia e il “parlare a nuora perché suocera intenda”. Forse potrei obiettare che ogni giorno da 40 anni dormo, pranzo e ceno con mia moglie e vedo i miei due “incredibili” figli in ufficio (e i miei “bellissimi” nipotini quasi ogni giorno), ma conterebbe poco: non esiste una misura assoluta e giusta del dare, che è sempre troppo o troppo poco a seconda del bisogno e delle aspettative di chi riceve. Non è questo che conta. E’ che sono davvero incagliato in quel rito quotidiano della palina, che lo faccio davvero per star meglio (o meno peggio) e che uno dei pensieri che mi assillano quando sono lontano da Torino è proprio “chi bagnerà e cambierà i fiori a Titti”. Però anche Anna ha lo stesso assillo per la tomba, e non se ne starebbe tranquilla al mare se non sapesse che nonno Ciro ci va e la accudisce ogni giorno. Il mio è solo un ‘posto’ diverso per ritrovarmi con Titti e – questo è verissimo – “ripensare ai tempi andati e a cosa mi sono perso con lei”.

Però il cruccio più grande, che mi fa soffrire fino alle lacrime, è cosa si è persa lei con la vita. E come darei volentieri la mia in cambio della sua, sull’istante, sempre, senza esitare un nanosecondo, se un qualche genio della lampada mi concedesse il privilegio di poterlo fare, e la richiamasse in vita fulminando me lì dove sono. Questo penso, andando alla palina. E mi dispiace anche che Titti sia morta lì (perché i suoi occhi e la sua umana consapevolezza si sono  chiusi lì, i cinque giorni di agonia incosciente e la conseguente possibilità di far vivere altre persone con i suoi organi sono stati solo provvidenziale vaselina celeste che ha reso un tantino meno bruciante l’inizio della nostra sodomizzazione da parte del destino, quella dolorosa e martellante sodomizzazione che prosegue tuttora), mi dispiace che sia morta in una strada trafficata dove la gente mi vede. Preferirei mille volte che fosse successo in una via appartata e deserta, o in un sentiero fra i boschi, per poterci andare senza destare il sospetto di farlo per esibizionismo, come mi è stato rimproverato (devo dire con poca o punta delicatezza) da persone a me vicine. Comunque chiedo perdono io, non m’incazzo e non serbo risentimenti. Quel che Fufù non sa è che da vecchi l’autostima tende a calare perchè sfuma piano piano l’io, l’autòs che si dovrebbe stimare. A questo proposito ho trovato un brano che avevo scritto nel 2005, sei mesi prima che morisse Maria Claudia. Lo condivido ancora, ma ci farò un’aggiunta. Eccolo:

 

Viene un senso di scoramento, nel capire. E si capisce, man mano che s’invecchia si capisce. E’ uno dei privilegi (pochi) della terza età, quello di riuscire ad avere una visione complessiva, panoramica, dell’intricata giungla nella quale si è passati. E’ come se la vita fosse una valle (di lacrime? Non per tutti e non sempre) da attraversare, e la morte uno scollinamento, un superamento della cresta verso la vallata successiva. Forse. Per gli induisti, almeno, è così. Resta la sensazione, man mano che si sale verso l’ultima cresta, di panorami, intuizioni, aria leggera, viste retrospettive ad ogni tornante della mulattiera, ad ogni sosta ansante, appoggiati al bastone. Ed è bello ricercare dall’alto la fonte dove hai bevuto, la casa dove hai dormito, il bosco e il fiume che hai attraversato, scoprire i pericoli che hai evitato per caso, e che t’appaiono tali solo riguardandoli dall’alto, e riconoscere i posti, e le cose. Vedi che laggiù la strada girava (e tu non lo sapevi), t’accorgi che quella scorciatoia che volevi prendere era un vicolo cieco, ti rendi conto che bastava seguire il fiume un po’ più a valle, oltre il ponte crollato, per trovarne un altro ed evitare il guado… E’ il bello della vecchiaia, voltarsi indietro e capire. Ma viene un senso di scoramento vedendo tutti quelli che ci seguono e non sanno, e non vogliono neanche sapere. Vedendo tutti quelli che camminano laggiù come formiche, e stanno rifacendo i nostri sbagli, e non ci sentono quando glie lo urliamo. Come noi non vedevamo e non sentivamo i vecchi che ce lo segnalavano, sbracciandosi, da lassù in alto… E allora tutto si confonde, onestà, disonestà, giustizia, ingiustizie… Ognuno agisce secondo il suo interesse, quasi sempre. E dopo il suo, secondo quello della famiglia, del clan, del paese, del partito… L’uomo cerca sempre un suo tornaconto, anche non materiale, come il sentirsi migliore, guadagnarsi il paradiso, trovare la pace interiore… un tornaconto c’è sempre. L’unico sentimento concreto che ci avvolge insieme al vento, quando sostiamo sulla cresta prima di iniziare la discesa, è la pesantezza del rimorso. L’amarezza per il male fatto, al quale non si può più rimediare. Ma forse è solo zavorra da scrollare per librarsi di nuovo sulle ali del tornaconto spirituale. Uno zaino da posare in terra, sul colle, e poi giù di nuovo, senza pesi e senza peso, dopo un breve riposo.

 

Questo il brano. L’aggiunta di oggi, dopo che Titti è “andata avanti” come dicono gli alpini, è che ho capito che lo zaino non lo si posa sulla cresta, ma lo si porta dietro nella discesa, fino in fondo, perché la fine del viaggio è lì, mica sul colle. E se a volte ci sembra più leggero è perché i sassi che lo facevano pesare erano i desideri inappagati, i sogni non ancora realizzati, i traguardi non ancora raggiunti. C’è un momento del viaggio in cui uno capisce di essere troppo avanti per rinculare e cambiar rotta. Quando ti rendi conto che la discesa è iniziata da un bel po’, e il fondovalle si fa sempre più vicino, cominci a guardarlo. E’ sempre avvolto nella nebbia dei dubbi, ma via via che discendi e lo osservi qualche dettaglio traspare, qualche cosa intuisci. E finalmente accetti l’idea che tante cose che pensavi ancora di poter fare (viaggi, amori, creazioni, mutamenti…) non hai più il tempo, la voglia e la possibilità di farle. Ogni volta che accetterai di spegnere definitivamente un desiderio, avrai un sasso in meno nello zaino. Così, finita la discesa, sarà se non proprio vuoto almeno molto più leggero. Come deve essere per volare meglio nel cielo.

 

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6 risposte a Lo zaino

  1. Anonimo ha detto:

    Grazie.
    Sancho

  2. Anonimo ha detto:

    Come ti capisco…
    Roberto Topino

  3. Anonimo ha detto:

    Vorrei alleggerire il tuo zaino e quello di Anna, togliere almeno un sassolino o anche solo una pagliuzza mandandovi un grande abbraccio insieme a tuttto l’affetto che provo per voi.
    Sono qui, ci sono, ci sarò sempre (serve a poco lo so)
    ma vi sono vicina…
    Ro.

  4. Anonimo ha detto:

    Che bello leggere queste tue righe! Ogni commento è superfluo. Noi parà chiamiamo il distacco da questa vita: l’ultimo lancio.Un abbraccio a tutti. Brunello

  5. Anonimo ha detto:

    caro manlio, mi chiamo serena, ho 23 anni frquentavo il liceo segrè.ero un paio di classi avanti a maria claudia quando l’ho conosciuta,uno scambio di parole,durante il breve intervallo del mattino.non posso dire di essere stata sua amica, ne di averla conosciuta bene, ma non so perchè questa sera mentre accendevo il computer ho pensato a lei, e cercando ho trovato questo blog e ho letto le bellissime parole chehai scritto.ti voglio ringraziare.perchè è anche grazie a quello che fai che ci permetti di ricordarla così, anche a noi che l’abbiamo conosciuta solo di sfuggita, attraverso il cuore di un padre.grazie

  6. bgadsf ha detto:

    You are a interesting and also a careful people! Look forward to your update .

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