Le magne

Ho sempre avuto grande amore e rispetto per i vecchi, forse perché l’infanzia mia felice ne fu piena. Mi son goduto tre nonni su quattro, diversissimi fra loro. Nonna Nora, la mia nonna materna, amava i fiori e gli animali, suonava il pianoforte e aveva un coraggio da leonessa: durante la guerra ebbe la villa occupata dai tedeschi, che amavano ascoltarla suonare Beethoven in veranda senza sapere che quella romantica pianista teneva le armi dei partigiani nascoste nelle gabbie dei conigli. Suo marito, nonno Manlio, lo chiamavamo il condor. Parlava poco, leggeva continuamente libri, aveva un grande carisma e possedeva una quantità esorbitante di scarpe, cravatte e vestiti di lusso. La nonna paterna, invece, era modesta. Era stata maestra elementare e il suo nome era Matilde, ma tutti la chiamavano Tilde. Quando nacqui io era già cieca. Con noi nipoti fu sempre dolcissima: ci prendeva sulle ginocchia e ci raccontava lunghe favole, oppure ci parlava di suo marito Federico, musicista e pittore. Così facendo, ci permise di conoscere a fondo anche il nonno  mancato prima che noi nascessimo

Ma quella che m’è rimasta più nel cuore è sua sorella Rosalia Migliardi, “magna Lia”, morta nel 1976 a 101 anni. Era stata un grande soprano (insegnò canto fino a 80 anni, annoverando fra le sue allieve anche Magda Olivero), ma in casa era la “magna”. Una volta la “tota” che non aveva trovato marito aveva due scelte: o invecchiava nella casa paterna prendendosi cura dei genitori, o si accasava presso una sorella o un fratello sposati, dove assumeva il ruolo di “magna”: un misto fra governante, factotum, nurse, baby sitter, dispensiera, rammendatrice… Magna Lia, ad esempio, curava anche le tombe di tutta la nostra vasta parentela: quanti pomeriggi ho passato a trottarle dietro per i viali del cimitero! Aveva 71 anni più di me, eppure camminava lesta come un bersagliere (suo padre, il Maggiore Enrico Migliardi, lo era stato, aveva combattuto in tutte le guerre d’indipendenza ed era entrato in Roma nel 1870 dalla breccia di Porta Pia), e quando tornavamo dal camposanto ero più stanco io di lei.

Dico a voi tutto questo un po’ perché è dolce dondolarsi nei ricordi, e un po’ perché m’indigna (e purtroppo capita sempre più spesso) leggere di vecchi imbrogliati, derubati o malmenati. Chi lo fa è doppiamente vigliacco, perché i vecchi sono le zolle in cui siamo piantati, sono lo scrigno della memoria, ma sono anche deboli e indifesi come dei bambini. Un tempo vivevano sull’uscio, aperti e disponibili, ma ora si barricano in casa spaventati, e si son fatti chiusi e diffidenti. La società moderna, arida ed efficientista, non ha più tempo per loro. Quando non li manda all’ospizio, li parcheggia, pigri e incupiti dalla depressione, davanti alla Tv (altro punto in comune tra vecchi e bambini al giorno d’oggi). Per fortuna il welfare (pensione, assistenza medica, servizi sociali dedicati agli anziani…) allevia loro l’umiliazione di dipendere totalmente dai famigliari o dalla carità altrui, ma viene da chiedersi come fosse la vecchiaia di una volta, quando non c’era welfare, né radio né Tv.

Era sicuramente piena di stenti e privazioni, come la vita di quasi tutti, ma era davvero quel pozzo di noia e malcelata pena? Quanto echeggia nei miei ricordi dice no. Forse sono ottimista, ma una volta gli anziani vivevano in mezzo ai giovani, facevano le veglie nelle stalle, dicevano i vespri ed i rosari, facevano due chiacchiere sull’uscio, si aiutavano nei piccoli lavori… Avevano anche lunghi silenzi, ma l’assenza dei media li riempiva d’immagini e ricordi. E poi erano molto richiesti per consiglio, e ciò gli dava importanza: in un mondo semianalfabeta dove le conoscenze utili si trasmettevano quasi solo oralmente, di generazione in generazione, gli anziani erano enciclopedie ambulanti (spesso le sole disponibili), testimoni dell’esperienza, depositari di rimedi, formule, ricette, proverbi, canti, manualità complicate, trucchi e segreti dei mestieri. Grata di ciò, la società patriarcale li teneva in grande considerazione. A volte mi chiedo se per un vecchio fosse migliore questo modello di tramonto, oppure il moderno mix di mutua, pensione, pillole e Tv.

 

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3 risposte a Le magne

  1. Anonimo ha detto:

    Eccellente pezzo, era ora! Da venerdi’ che aspettavo di leggere
    i Suoi articoli piacevoli che spaziano su diversi argomenti, dare le abitudini…. succede questo, costretto a scrivere sempre,per la
    gioia di noi lettori…
    Bravo Manlio
    Carmen

  2. Anonimo ha detto:

    Io ho avuto la possibilità di conoscere un solo nonno, un monferrino che aveva calpestato le ambe abissine e le praterie del Far West. Purtroppo non ha potuto raccontarmi la sua vita perchè è morto quando ero ancora bambino. Mi mancano le radici e mi restano soltanto fotografie sbiadite.
    Sancho

  3. valter burrescia ha detto:

    Sono con te!!
    Grazie per farci ogni tanto riflettere sull’importanza della Vita, sopratutto di quella che non c’é più.
    Valter

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