Shopvilles mascherate

Sono iniziati i saldi, ma non c’è ombra di code davanti ai negozi. D’altra parte la crisi ha limato da tempo le spese degli italiani per nutrirsi, prima o poi avrebbe inciso anche su quelle per mostrarsi. Nelle lamentele dei negozianti una cosa non quadra: come mai nei centri storici pedonalizzati, nelle piazzette e nei vicoli più “in” delle località turistiche e in genere nei luoghi in cui gli affitti dei muri sono più alti, scompaiono via via le botteghe tradizionali (panettieri, lattai, salumieri, droghieri, barbieri, merciai, ciabattini, ferramenta…) e al loro posto aprono boutiques, bar e spacci di cibarie da passeggio?

Evidentemente questi esercizi sono i soli a poter pagare affitti da capogiro, perché guadagnano bene, al di là delle lamentele ‘di facciata’ che servono sempre ad attirare clientela (della serie: “poveretti, diamogli una mano, che sono loro i veri precari”). Guadagnano ancora (cosa sacrosanta se non si vuole ridurre i centri storici a dormitori e le periferie a un unica, immensa shopville) grazie al sistema del ‘conto vendita’, parziale o integrale. Le multinazionali, dopo aver sterminato le botteghe con la grande distribuzione, stanno trasformando le nostre città in supermercati sui generis, travestiti da centro storico anziché da centro commerciale, dove le corsie sono le vere e proprie vie, gli scaffali sono le vetrine, i banchi sono i negozi. Sempre più spesso i grandi gruppi di produzione e distribuzione acquisiscono i negozi scampati alla morìa, o li controllano in qualche modo. O direttamente con l’affido in franchising, o indirettamente con la fornitura gratuita e il pagamento del solo venduto.

E’ una formula che conviene a chi mette su un negozio in buona posizione. Lo sanno bene i mobilieri, che funzionano così da anni, ma anche i panettieri. Tranne le (sempre più rare) botteghe dotate di forno, tutte le altre rivendite di pane ricevono ogni mattina dai panifici industriali la quantità voluta di pane, grissini e focacciami freschi, restituiscono quelli invenduti del giorno prima, e pagano solo la differenza. In pratica l’onere degli avanzi se lo assume il produttore. Come in quei mercatini fissi dell’usato che ti accettano in esposizione gli oggetti di cui vuoi disfarti e dopo un tot di tempo te li restituiscono, pagandoti solo quelli venduti e trattenendosi la percentuale concordata.

Anche nei mercati rionali sta prendendo piede questo fenomeno. L’omologazione di prodotti e quotazioni, cioè l’offerta di derrate identiche su parecchi banchi e allo stesso prezzo, è sempre più evidente. Una settimana ti tirano dietro i meloni gialli, la settimana dopo non ne trovi neanche uno. Le pesche tabacchiera, prima introvabili, appaiono di colpo nel 50% dei banchi, accompagnate dal medesimo assortimento di frutta. Poi altrettanto all’improvviso spariscono, e cambia anche il ‘mix’ di prodotti offerti, a riprova che esso è deciso altrove, non da chi vende lì. Alle spalle di chi ti pesa le mele c’è un grossista che possiede più banchi; decide lui cosa fargli vendere e a quanto, riconoscendogli una percentuale sul venduto e accollandosi gli avanzi.

Poteva restar fuori da questo meccanismo un settore ‘difficile’ come quello dell’abbigliamento, calzature e accessori, legato alle mode, alle condizioni meteorologiche e alla volubilità dei clienti? No. E infatti le case produttrici o i grandi distributori ‘dotano’ le boutiques di una gamma di capi sulla cui scelta il titolare del negozio ha poca voce in capitolo, ma in cambio glie li ritirano se non riesce a venderli, neppure in saldo. Sta a lui decidere. Comprando quel che vuole e pagandolo avrà alti margini, ma anche alti costi di magazzino e alti rischi di rimanenze se nel comprare avrà sbagliato linee, colori o taglie. Accettando invece di farsi imporre la gamma dalle case avrà poco margine, ma pagherà solo il venduto e dormirà tranquillo. Sono questi i saldi. Uno crede di essere in via Roma, e invece è su scherzi a parte, nell’ennesimo outlet. Però virtuale.  


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Una risposta a Shopvilles mascherate

  1. Anonimo ha detto:

    Illuminante, questo articolo. Curioso, oltretutto, il fatto che se la stessa roba la scrivesse in modo più “aulico” (cioè meno chiaro e, quindi, meno apprezzabile da chiunque, non solo da chi poco ne capisce di queste tematiche) un ediitorialista di un grande quotidiano, si tratterebbe di un’opera di livello accademico, mentre quando le stesse cose le scrive Manlio, esse devono rimanere confinate sul suo blog. Mah, che dire: chi NON ha orecchie da intendere (CronacaQui) provi, comunque, ad intendere…
    Esiste, peraltro, un meccanismo difensivo rispetto alle citate politiche commerciali di controllo distributivo (che, del resto, è ad esse complementare). Adottato da taluni grandi gruppi come i supermarket, esso consiste nel consentire l’immissione in magazzino di prodotti di marca provenienti da note multinazionali, solo a condizione che chi li vende al supermercato acconsenta a cedergliene una parte gratuitamente (o quasi). A questo punto, il supermercato, dopo aver apposto su tale quota parte la propria etichettatura, la vende insieme agli altri beni (gli stessi) con un marchio e ad un prezzo più basso.
    Se uno ha il palato fino, riesce ad individuarli e, in seguito, a focalizzare il proprio acquisto su essi (con annesso risparmio, senza alcuna differenza qualitativa rispetto agli “stessi” altri prodotti di marca più cari).
    Filippo

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