Requiem per il posto fisso

Secondo l’Ocse l’Italia è il paese Ue in cui la produttività del lavoro è aumentata di meno dal 2001 in poi. Ciò spiega il nostro lento declino e il calo del nostro reddito sotto la media non solo dell’Europa a 15, ma anche di quella a 19 (con Polonia, Cechia, Slovacchia e Ungheria). Ma la vera ‘scoperta’ Ocse è che qui da noi i livelli di efficienza fra le imprese dello stesso settore sono troppo diversi. Quelle ‘grandi’ (oltre i 250 dipendenti) hanno una produttività tripla rispetto alle ‘piccole’ (meno di 10 dipendenti). Altrove il divario è meno forte: in Francia, Germania e Inghilterra, ad esempio, la produttività delle grandi è solo il doppio delle piccole.

Qui il lavoratore si lagna del salario troppo basso e l’imprenditore del costo del lavoro troppo alto. Hanno ragione entrambi, ma il problema, se non cresce la produttività, resterà insoluto. Il rapporto Ocse fa capire come mai da noi sia così difficile chiudere i contratti nazionali (più di metà dei lavoratori dipendenti oggi ha il contratto scaduto): se nello stesso settore l’efficienza cambia così tanto da azienda ad azienda, è difficile trovare un salario che vada bene a tutti. Senza una riforma degli assetti contrattuali che dia più peso alla trattativa diretta, impresa per impresa, o un tipo di contratto nazionale che non obblighi tutti gli imprenditori agli stessi aumenti  (troppo esigui per taluni, e troppo gravosi per altri) non resta che premiare la produttività. E questa aumenta solo se ha un preciso e condiviso rapporto con la paga. E’ arcinoto che nella stessa azienda, a parità di qualifica, chi ha la paga fissa e indipendente dai risultati raggiunti rende meno di chi ce l’ha ancorata (almeno in parte) al rendimento.

Se n’è accorto persino Raul Castro, che a Cuba ha deciso di premiare chi rende di più invece di dare la stessa paga a tutti come ha fatto suo fratello Fidel per mezzo secolo. Minà sarà svenuto, ma è successo: in uno degli ultimi ‘paradisi’ comunisti è stato abolito l’egualitarismo. Se si farà così anche in Italia, ne trarrà vantaggio (in termini di emersione, tassazione, sicurezza e chiarezza) anche la pratica fino ad oggi equivoca del secondo e terzo lavoro. Anni fa il Cav. fu lapidato dalle sinistre perché osò dire che molti dipendenti Fiat, pur continuando a percepire la cassa integrazione, facevano un altro lavoro. Invece era (e rimane) vero, ed è anche un’usanza antica. Fino a pochi anni fa chi veniva alla Fiat dalla campagna, tornato a casa a fine turno, badava ancora alle bestie o saltava sul trattore.

Il secondo lavoro è praticato anche da molti statali, con la differenza che fare l’imbianchino dopo otto ore di catena di montaggio è un conto, e un altro conto è tenere la contabilità al salumiere dopo sei ore di ministero trascinate fra letture di giornali, telefonate personali, pause caffé, chiacchiere e “fuori stanza”. E’ vietato, lo so. Ma se è per quello è vietato anche vendere senza licenza sulle spiagge e sui marciapiedi, bloccare treni e strade, occupare edifici… e invece queste cose accadono ogni giorno sotto l’occhio complice e protettivo delle sinistre.

Piuttosto, mettiamoci in testa che certi ammortizzatori sociali costosi come la cassa integrazione appaiono sempre di più come privilegi riservati alla grande industria. Spese che l’Italia potrà permettersi non si sa ancora per quanto, come le pensioni. Già oggi per ogni dipendente Fiat che va in cassa integrazione, da cinque a sette lavoratori dell’indotto finiscono per strada senza alcun ammortizzatore. Sono quelli “affittati” alla Fiat (tanti, negli ultimi tempi), dalle agenzie di lavoro interinale, quelli dell’indotto (fornitori, appaltatori di servizi, trasportatori…) e quelli del sub-indotto (bar, ristoranti, negozi…) che sta morendo anche lui.

Ora, poiché un cassintegrato non può accedere per legge al lavoro interinale (non a caso le relative agenzie sono alla canna del gas, e sfrondano le liste), cerca lavoro in nero, togliendolo ai paria espulsi da indotto e sub-indotto, per i quali i sindacati non alzano un dito. A costoro non resta che il lavoro nero, ma in proprio, perché quello sotto padrone glie lo fregano i clandestini e i cassintegrati. E d’altra parte è comprensibile: chi si prende il grosso rischio di tenere dei dipendenti in nero non li cerca fra i disoccupati, ma fra coloro che se venissero scoperti avrebbero molto da perdere. Gente che non li denuncia, ma rusca e tace. Questa è la realtà, si voglia o no. Ovviamente un premier non può dirlo, ma lo sa.

 

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2 risposte a Requiem per il posto fisso

  1. Anonimo ha detto:

    Ottimo pezzo, quello odierno. Ulteriore conferma del fatto che chi li scrive dovrebbe essere assunto da quotidiani nazionali per scrivere articoli in prima pagina. Cosa che, vista la lucidità e l’onestà intellettuale dell’estensore, sono certo non accadrà mai.
    Comunque complimenti a Manlio.
    Michele

  2. Anonimo ha detto:

    Chiara,precisa analisi della situazione del lavoro in Italia.
    I sindacati hanno distrutto SISTEMATICAMENTE l’industria Italiana con l’evidente appoggio del partito comunista. Ho conosciuto l’ambiente del lavoro da entrambi le parti, per quindici anni come dipendente e per trenta come nimprenditore e non ho mai avuto una lira dallo Stato.
    Posso ,quindi , sottoscrivere l’articolo con piena conoscenza dei fatti.
    Coraggio, bisogna diffondere la verità.
    Sancho

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