Curiosità sabaude (ceréa 2)

Dicevo che mi piace salutare col “ceréa”. Sapete come nacque questo antico e nobile saluto sabaudo? Pare che Ambrogio Olerio, aio del futuro Carlo Emanuele I (figlio di quell’Emanuele Filiberto “testa ‘d fer” che spostò la capitale della Savoia da Chambéry a Torino nel  1563) usasse salutare il principino suo allievo con un “kere” (in greco antico pari al “salve” latino).
Tale saluto, imitato per gioco prima dai cortigiani e poi dalla servitù, si diffuse tra la gente, mutando in “ceréa”. Evidentemente i borghesi della Torino di allora scimmiottavano spesso usi e linguaggi di corte per darsi arie di essere “del giro”. Esattamente come succedeva  quattro secoli dopo sotto i nuovi Savoia di Villar Perosa, cioè gli Agnelli. Nella Torino prona alla Fiat del secondo ’900 molti yuppies, per darsi arie di appartenere “al giro che conta” imitavano ‘Giuanin lamiera’ (Gianni Agnelli) portando l’orologio sopra il polsino della camicia e la cravatta sopra il pullover.  Nihil sub sole novum…
Comunque, tornando al mio “ceréa” d’ingresso al bar, quasi sempre i giovani baristi, sentendolo, mi guardano perplessi, cercando di capire da dove vengo: l’antico saluto piemontese ha un suono, per chi non lo conosce, vagamente balcanico-danubiano, un che di albanese o di rumeno che stride col mio aspetto.
Anche il piemontese stretto possiede a tratti quelle sonorità.   Ricordo in proposito un buffo aneddoto che ha per protagonista il mio coscritto barone Bijno, antiquario e goliardo, chansonnier e compagno di merende (sinòire), detto “l’orecchio assoluto” per la concentrazione e la pignoleria con cui accorda la chitarra ad occhi chiusi.
Anche lui, pur parlando un forbitissimo italiano, ha il vezzo vetero-nobiliare di rivolgersi in piemontese a chiunque, salvo passare all’italiano quando incompreso.  Gianfranco abita in centro, e da quel ‘bon vivant’ che è rincasa spesso ad ora tarda. La sua mole imponente lo ha finora salvato da brutti incontri, ma una notte fu avvicinato “an via  dòira gròssa” (via Garibaldi) da un tossico malfermo, con la tipica frase: “ciao, ciài mica un euro da darmi per mangiare?”. Lui si fermò, lo guardò fisso negli occhi e gli rispose a muso duro: “Chiel ch’as përmëtta nen  ëd déme dël ti: peul desse ch’i l’abia cò  ëd pì, ma i lo dago franch nen a chiel” (lei non si permetta di darmi del tu: può darsi che io abbia anche di più, ma non lo do certo a lei).  Il lato buffo dell’aneddoto è che il tossico si allontanò borbottando “minchia, zio fà, mai visto un albanese così elegante!”
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Socrate antileghista (ceréa 1)

Quando sono a Torino o in Piemonte saluto spesso col “ceréa” entrando nei bar, e dopo averlo pronunciato forte e chiaro mi godo l’imbarazzo del barista per brevi istanti. Poi parto: “për gentilëssa, ch’am fasa ‘n café”. Lui si aggrappa felice all’unica parola che ha capito: “Vuole un caffé?” – E io, bastardo: “Sì, ma ‘m racumandu, ch’am lu fasa nen trop cürt”.  Quel “Sì, ma…” gli fa capire che lo voglio fatto in un modo particolare, ma non sa quale. E crolla: “Le dispiace tradurre in italiano? Sa… non capisco bene…”.
E’ a quel punto ch’im gavo la nata (mi levo lo sfizio) guardando il mio interlocutore nel fondo degli occhi, con quell’aria tra il superiore e il comprensivo che si usa con lo straniero per metterlo a suo agio, ma nel contempo per fargli intendere che è lui ad essere in fallo, seppur veniale, che è lui ad aver bisogno d’aiuto, non capendo la lingua del posto in cui si trova.
Poi ovviamente traduco, con un sorriso, e da quel momento in poi parlo italiano. Perché la mia non è una battaglia, ma solo un’innocua ripicca senile (invecchiando si torna un po’ bambini…).
E poi, se quella per la conservazione del piemontese fosse una battaglia, lo sarebbe solo di principio, in una guerra ormai persa. E’ persa persino quella dell’italiano, se pensiamo (è notizia di oggi) che al Politecnico di Milano non accetteranno iscritti che non parlino un inglese corretto e “fluent” (capacità da verificare mediante un test scritto) e dal 2014 tutte le lezioni saranno tenute in inglese.
Nulla potrà far rivivere la lingua piemontese quando più nessuno la parlerà (e già oggi la si parla sempre meno): né i cartelli stradali bilingui, né gli stendardi comunali plurilingui posti “a bandiera” sui negozi di Torino. Men che meno una legge.
 Il problema, piuttosto, riguarda l’identità personale e collettiva. E l’identità è una consapevolezza che va cucinata nella propria testa. Bisogna impastare lingua, cibi, paesaggi, riti, usanze, musiche, ricordi, senza tuttavia farsene condizionare.
Sono solo ingredienti, non etichette. Valgono a riconoscerci quanto i libri che abbiamo letto e assimilato, gli amori che abbiamo dato e ricevuto, i viaggi che abbiamo fatto… insomma, le esperienze che abbiamo vissuto… Tutto può essere adatto per formare la nostra identità, ma dobbiamo costruircela noi, senza rifugiarci in un’identità-placenta fatta di etichette. Dobbiamo, cioè, farci riconoscere per quello che siamo, non per quello che abbiamo come soldi, cose, rango, ceto, mestiere, nome, paese, credo, razza, vestiti che indossiamo, auto che guidiamo, deodorante che usiamo od altro ancora.
2500 anni fa Socrate esortava i suoi allievi a conoscere se stessi per prima cosa (ghnòzi autòn), e poi a rispondere, a chi chiedeva loro se fossero di Atene o di Corinto: “sono cittadino del mondo”.
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Lo sai che il pisello, accarezzato, cresce?

L’uomo s’interroga sull’intelligenza delle piante fin dall’antichità.
Già Aristotele ne parla nei suoi scritti, e ancora nel 1880 Darwin pubblicò uno studio fondamentale sulla fisiologia vegetale, soffermandosi sulle sorprendenti caratteristiche dell’apice radicale.
La punta delle radici, infatti, si comporta come il cervello di un animale inferiore, reagendo a diversi stimoli esterni e prendendo decisioni complesse in base ad essi.
Le piante nascono, si ammalano, muoiono.
Non si spostano, è vero, ma si muovono da sole (pensate ai girasoli o alle piante carnivore) e chi ha il “pollice verde” (forse perché è stato un vegetale in una vita precedente, come suggeriscono religioni orientali millenarie) sa bene quanto esse siano sensibili alle carezze, alla luce, alla musica, al dolore.
Tutto ciò ha una base scientifica.
La forma d’intelligenza che consente alle piante non solo di pensare e comunicare a distanza, ma anche di difendere se stesse e il territorio e persino di allevare la prole, è studiata in Italia dal LINV (Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale) di Firenze, primo al mondo. Il pomodoro attaccato da certi parassiti reagisce emettendo un enzima che li respinge? Bene, a Firenze hanno dimostrato che un suo parente distante chilometri emette lo stesso enzima nello stesso momento, perché riceve l’allarme.
E nella giungla, dove la luce non penetra, impedendo alle piante neonate di attuare la fotosintesi clorofilliana necessaria alla crescita, ci pensa la pianta-madre a fornire alla pianta-figlia le sostanze necessarie, finché questa non è abbastanza alta da badare a se stessa. Non ricorda ciò il comportamento parentale degli animali?
Dedico questo pezzo a tutti i vegetariani che chiamano noi carnivori assassini, mangiatori di cadaveri, egoisti incapaci di rispettare la vita in tutte le sue forme.
Rispondete ai tritapalle che vi rinfacceranno il belato degli agnellini uccisi per Pasqua, magari postando su Fb questo fotomontaggio strappacuore dell’agnellino che salta come un gatto verso mamma pecora, rimproverate a costoro il lamento della cicorietta, strappata ancora neonata alla radice-mamma per finire fra i denti dei vegetariani.
Più aguzzi delle loro menti.
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La pàtina

 

Pàtina è quel particolare tipo di bellezza che le cose nuove non hanno e acquistano solo col tempo.
Quel fascino che non c’è nel tetto squadrato e perfetto d’una casa appena costruita, o nel suo muro liscio e pulito, tinteggiato di fresco, ma c’è nel tetto pieno di gobbe e avvallamenti di una vecchia cascina, o nel suo muro scrostato che spancia offrendo all’occhio macchie impudiche di mattoni rossi come carne di piaga medicata male e crepe con erbe pensili nate dal vento.
Il concetto di “pittoresco” è così legato alla pàtina che di rado i pittori  scelgono a soggetto case o cose nuove. Anche in natura l’incanto policromo dei boschi autunnali vince sulle fioriture esplosive della primavera o sul verde muscolare dell’estate. La pàtina è nella barca scrostata, nel viso senza trucco di un’anziana contadina o in quello pieno di rughe e cotto al sole di un vecchio pescatore…
Il fascino particolare di questo tipo di bellezza sta nel tempo che vi appare dentro.
Bisogna capirlo, accorgersene, sorprenderlo come lo scatto della lancetta dei minuti negli orologi dei campanili. Leggervi l’incombere, se non di una fine, di una metamorfosi o un passaggio.
Da macchina a rottame… da casa a rudere… da giorno a notte…
E’ per quello che la bellezza del tramonto, per scontata che sia, non stanca mai. E a destare la nostra pensosa e taciturna ammirazione non è tanto lo spettacolo grandioso del cielo in fiamme, ma gli attimi finali, le lente pulsazioni (che sembrano saluti a chi è lieto, e contrazioni d’agonia a chi è triste) del disco rosso colto mentre cala dietro l’orizzonte, quando frega i distratti. Basta girarsi ed è sparito, non ti resta che la nostalgia per l’ieri e la speranza per il domani.
La pàtina è vita catturata al volo mentre scappava facendo finta di niente.

 

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Il talpo e la margherita

Volevo scrivere qualcosa sulle rondini per dare il benvenuto alla primavera, e ho battuto “rondini” sul search del Pc per vedere se avevo già scritto qualcosa in proposito.
Mi è saltata fuori una cosa dolcissima, che avevo dimenticato: la fiaba che avevo inventato per Maria Claudia nel 1994, quando aveva cinque anni.  Uno dei ricordi più dolci che ho di lei. Me la faceva ripetere quando andava a letto, oppure quando mi vedeva in poltrona. Veniva vicino in punta di piedi a vedere se dormivo. Io facevo finta, e quando lei, delusa, si girava per andarsene, la chiamavo: cosa c’è? Allora si voltava felice: “Non dormi, papà? (non mi son mai lasciato chiamare papi) …. me la racconti, allora, la favola del talpo?” Era la sua preferita, perché nel finale ci avevo messo anche lei, fra i personaggi, lei e i suoi meravigliosi disegni di abiti, incredibili per una bimba della sua età.
Ed io: “Ancora quella? Ma te l’ho già raccontata tante volte!” – “Non fa niente, dài, mi piace”.
I bambini sono fatti così. Sono capaci di guardarsi la cassetta di Cenerentola cento volte, e ogni volta con la stessa emozione, gli stessi stupori, le stesse paure nelle stesse scene. E’ la magìa dell’infanzia.
Con le favole è lo stesso, e guai a cambiare un dettaglio. Per quello me l’ero scritta. Per impararla quasi a memoria e non sbagliare gli ingredienti dell’intruglio magico di Birillone. Se dimenticavo le antenne di lumaca, subito Titti me le ricordava, protestando…
Che bella carezza all’anima mi ha fatto il Pc! La voglio pubblicare, in omaggio alla primavera che è tornata, e in ricordo di una primavera che non torna più…

IL TALPO E LA MARGHERITA

C’era una volta una bella margherita che viveva in mezzo a un campo, ma non era felice, perchè era diversa da tutte le altre margherite del campo. Esse avevano il centro giallo e i petali bianchi, mentre lei aveva il centro rosa e i petali blu      Un giorno era lì che si godeva il sole, quando vide la terra muoversi ai suoi piedi, e sollevarsi in tante zolle. Incuriosita, si chinò per osservare meglio, e vide spuntare il simpatico musetto di un talpo, cioè di una talpa-maschio.
- Buongiorno – disse il fiore – io sono una margherita blu, e tu chi sei?
- Io sono un talpo – rispose l’animaletto
- E che cosa fai normalmente?
- Vivo sotto terra, scavo gallerie, mangio radici e d’inverno vado in letargo, cioè dormo per parecchi mesi di seguito. E tu chi sei?
- Te l’ho detto, sono una margherita blu, anzi, sono l’unica margherita blu di tutto il prato, e per questo motivo le altre margherite non mi parlano mai, ed io mi sento sola
- Se è per quello anch’io mi sento solo, e non parlo mai con nessuno. Tu però puoi guardarti intorno, mentre io vivo sempre al buio, ed anche quando esco non vedo niente, perchè sono cieco.
Allora la margherita gli disse:
- Tu non vedi, ma almeno puoi spostarti. Io invece vedo sempre le stesse cose perchè sono piantata qui, e non mi posso mai muovere. Mi viene un’idea: perchè non ci mettiamo insieme? Io ti racconterò le cose che vedo, e tu mi porterai in giro: io ti farò da occhi e tu mi farai da gambe.
- O.K. , ci sto. Mi va l’idea. Attenta, allora, che mi tuffo sotto terra e scavo fin sotto di te. Ti sentirai sollevare a un certo punto, ed io ti porterò sulla schiena con tutta la zolla delle tue radici. Pronta? Via!
E così fece. In un batter d’occhio la margherita si trovò sulla schiena del talpo, e si misero in giro per i prati. Lei gli descriveva il paesaggio, il cielo, il sole. Se lui sentiva un profumo lei gli diceva da che fiore veniva, se lui sentiva un rumore d’acqua lei gli parlava del ruscello, se lui sentiva una voce lei gli descriveva com’era fatto chi aveva parlato, e così via.
Andò avanti bene per un po’, ma poi il talpo diventò sempre più triste, perchè le cose che la margherita gli descriveva gli sembravano così belle che lui soffriva moltissimo a non poterle vedere con i suoi occhi.
Come fare? La margherita una volta aveva sentito chiacchierare gli gnomi del bosco mentre si riposavano all’ombra del cespuglio di more, dopo aver ballato. I folletti avevano parlato di un certo mago Birillone, che aveva grandi poteri di guaritore.       Purtroppo non aveva capito dove abitava questo mago, ma di sicuro abitava molto lontano, perchè aveva sentito parlare di monti e di mari da attraversare. Allora il talpo disse:
- Non conosci qualche animale che venga da lontano, e che sappia tutte le città, per chiedergli notizie?
- Aspetta…fammi pensare…già, hai ragione! La mia amica rondine viene da lontano, perchè passa l’inverno in Africa. In questi giorni sta per arrivare, perchè è primavera, e tutti gli anni a marzo lei viene a fare il nido sotto il tetto della fattoria. Proverò a chiedere a lei.
E così, appena la rondine arrivò, la margherita la chiamò:
- Ehilà, amica rondine! Bentornata! Sapresti mica dirmi dove abita il mago Birillone?- Il mago Birillone abita in un castello in mezzo al mare, verso il sud, ma per arrivarci bisogna oltrepassare sette fiumi, sette foreste, sette laghi, sette deserti e sette montagne.
- Potresti portarci da lui? Il mio amico talpo vorrebbe riacquistare la vista
- Vi porterei volentieri, ma siete troppo pesanti per me, ci vorrebbe un uccello più grosso e robusto
- Potremmo chiamare l’aquila – disse la margherita.
- Ma sei matta? – disse il talpo – non lo sai che noi talpe siamo il cibo preferito delle aquile? Altro che portarmi dal mago. L’aquila mi mangerebbe subito, e addio!
- Aspetta…fammi pensare….sì, conosco un uccello che potrebbe portarvi: è il mio amico albatros.
E’ un uccello marino molto grande e robusto, con le ali larghe più di due metri e il becco grande. Vi potrà sistemare sul dorso e portarvi dal mago, tanto lui è abituato a viaggiare moltissimo, e poi non correrete nemmeno il rischio di essere mangiati, perchè lui si nutre solo di pesci.
- Perfetto! – disse la margherita – ma come faremo ad avvisarlo?
- Ci penso io – fece la rondine, e spiccò il volo. Dopo meno di un’ora era di ritorno con l’albatros. Era proprio un bell’uccello. Bianco, con un collo enorme, il petto muscoloso e le ali nere gigantesche. Sapeva già del viaggio, ed era contento di fare un favore agli amici della sua amica rondine.
- Mi devi guidare tu dal mago – disse però alla rondine – perchè solo tu sai la strada. Io ti seguirò portando i tuoi amici sulla schiena.      Detto fatto, il talpo e la margherita si accomodarono, e via!
La rondine, davanti, faceva strada. Passarono alti alti, tra le nuvole, sopra un fiume profondo e pieno di pesci, poi sopra una foresta fitta di grandi alberi verdi, poi videro sotto di loro un lago con le acque increspate dal vento che sembravano d’ argento, poi si abbassarono su un deserto pieno di sabbia e di cactus, dove faceva molto caldo, poi dovettero di nuovo guadagnare quota per scavalcare una montagna coperta di neve sulla cima. L’albatros tremava di freddo. Passata la vetta, giù in picchiata sul versante opposto fino ai piedi della montagna, dove c’era un altro fiume, poi un’altra foresta, un altro lago, un altro deserto, un’altra montagna e poi ancora fiume, bosco, lago, deserto e monte, per sette volte. Dopo la settima montagna, finalmente, apparve sotto le nuvole, azzurro e piatto, il mare.    Ci siamo! – disse la rondine – vedete quell’isola bianca e verde laggiù all’orizzonte? Il mago Birillone abita là. Coraggio, albatros, ancora un piccolo sforzo.
Dopo qualche ora, sfiniti, giunsero finalmente all’isola. Videro una casetta di pietra col tetto di paglia. Non c’erano altre abitazioni, e si diressero lì.
- Ehilà! C’è qualcuno? – gridò l’albatros con la sua vociona
Il mago Birillone rotolò fino alla porta e l’aprì.
- Buon giorno! – disse – chi siete?
- Buongiorno a voi, mago Birillone. Siamo quattro amici venuti da lontano per chiedervi un piacere. Sappiamo che siete un bravissimo guaritore. Potreste dare la vista al nostro compagno talpo?
- Certo che posso! – disse il mago, rotolando e rimbalzando come una birilla per la contentezza di poter guarire un’altra creatura  -  ma  adesso riposatevi e mangiate qualcosa, perchè avete fatto un viaggio lungo e difficile. Pochissimi riescono ad arrivare fino qui da me. Nel frattempo io mi procurerò gli ingredienti necessari alla guarigione.
Detto fatto, il mago Birillone prese da un vasetto l’occorrente: occhi di lucertola, ciglia di mosca e antenne di lumaca. Bollì tutto in acqua di grondaia aggiungendovi sugo di antenne di grillo. Mescolò a lungo e filtrò, poi bagnò nell’intruglio ancora tiepido un panno tessuto con peli di scoiattolo e lo mise sugli occhi del talpo. Disse quindi le parole magiche: «Hellò, Tanjuro! Geme Sofrabra!». Il talpo sentì un pizzicorino agli occhi, si stropicciò le palpebre, e incominciò a vedere qualcosa. Prima confuso, poi sempre più chiaro, finché vide tutto perfettamente, ombre, luci, contorni e colori.
- Come è bello il mondo! – disse allora – molto più bello di come lo immaginavo ascoltando le descrizioni della mia amica margherita blu!
Quando, tutti contenti, si preparavano a ripartire l’albatros disse: 
- Ragazzi, io non ce la faccio più a portarvi indietro, attraversando tutte quelle montagne, quei deserti, quei laghi, quei boschi e quei fiumi.  Allora il mago Birillone disse:
- Vi darò io delle foglie di castagno, che poi trasformerò in biglietti d’aereo per Fiabolandia, ma voi dovrete farmi un piacere.
- E quale? – disse la margherita
- So che la rondine ha una piuma magica. L’ho letto nella mia sfera di cristallo. Se mi sfiora con quella piuma mentre io pronuncio una certa formula magica, l’incantesimo che mi affligge finirà e mi cresceranno finalmente delle braccia normali e delle gambe normali, così non dovrò più rotolare e rimbalzare per spostarmi. Ma voglio essere sincero: la piuma magica serve una volta sola, e  l’uccello che se la strappa di dosso non potrà mai più volare.
- Pazienza – disse la rondine – in fondo ti abbiamo chiesto un favore noi per primi, e tu ce l’hai fatto subito, senza chiedere nulla in cambio. E’ giusto che io faccia lo stesso con te, anche se poi non potrò più volare. Indicami la piuma.
Birillone glie la indicò, e lei se la strappò senza far storie.       Poi lo toccò, mentre lui pronunciava la formula magica: «Escioko topopompo, poipoibombo». Subito gli crebbero due belle braccia e due robuste gambe, ed egli prese l’aspetto normale. Nello stesso istante le foglie di castagno in mano ai nostri quattro amici si trasformavano in altrettanti biglietti d’aereo. L’apparecchio per Fiabolandia li aspettava coi motori accesi su una pista magicamente apparsa tra la nebbia, dietro la casetta.
Quando stavano per salutare il mago, questo disse: – Siete stati bravi e generosi. Posso finalmente dirvi una cosa molto importante. Ho capito appena siete arrivati che non eravate un albatros, una rondine, un talpo e una margherita, ma due principi e due principesse sotto incantesimo. L’albatros è il principe Anilio, la rondine è la principessa Nerina, il talpo è il principe Coretto e la margherita blu (ecco il perchè di quei petali, blu come il sangue dei nobili) è la principessa Margherita di Fiabolandia. Visto che siete stati tutti e quattro generosi e altruisti, vi romperò io l’incantesimo prima che prendiate l’aereo, così vi trasformerete di nuovo in uomini e donne. Siete pronti?
Gli occhi dei quattro brillavano di desiderio. Il mago Birillone disse: «Salmidesso way, oh! wawapubba!» e ‘puff!’ i quattro amici riacquistarono le sembianze umane.
Anilio-albatros era un giovane biondo e alto, robusto come un lottatore.

Nerina-rondine era una deliziosa brunetta con gli occhi neri e il fisico sottile e guizzante.

Coretto, il talpo, era un giovanotto posato, simpatico, con i capelli castani tagliati corti e gli occhialini d’oro che gli conferivano un’aria vagamente intellettuale,

mentre Margherita di Fiabolandia era una splendida rossa, appena un po’ vanitosetta.

Inutile dire che Anilio amava Nerina, e Coretto era pazzo di Margherita. Le due principesse, naturalmente, ricambiavano quest’amore.
Dopo aver salutato con grande commozione il mago Birillone, le due coppie salirono sull’aereo per Fiabolandia, ma ad un certo punto del volo sentirono un annuncio della hostess:
- Attenzione, prego! Stiamo per atterrare a Fiabolandia. Avvertiamo i signori passeggeri che secondo le leggi del luogo possono scendere a terra solo le coppie sposate.
Per fortuna la principessa Margherita aveva conservato in tasca quattro petali, con cui fece altrettanti anelli che i giovani si misero al dito. Sembravano anelli veri, anche se erano blu e non d’oro, come le fedi. Al comandante raccontarono che nell’isola di Birillone, dove si erano sposati, si usavano gli anelli blu. Il comandante finse di crederci e li lasciò scendere a Fiabolandia, dove la principessa Margherita si fece portare subito al castello del re suo padre per presentargli Coretto.      Naturalmente anche Anilio e Nerina volevano sposarsi. Il re fu contentissimo del futuro genero, e diede il suo consenso, e per la cerimonia chiese alla principessa Maria Claudia di Val Pattonera di fare da damigella d’onore. La splendida fanciulla straniera si trovava di passaggio a Fiabolandia per lanciare la sua linea di abiti da sposa, di cui era abilissima disegnatrice. Accettò di buon grado di disegnare di persona l’abito per le due principesse spose, e fece un’eccezione disegnando (cosa che non faceva mai) anche l’abito dei mariti. Come regalo di nozze si fece mandare da Cavoretto quattro anelli d’oro da mettere al posto dei petali blu, e lei stessa li porse agli sposi sopra un cuscino di velluto rosso durante la cerimonia.     Il re, in chiesa, la volle far sedere alla sua destra al posto della regina di Fiabolandia, che non si offese perchè era molto amica della regina Anna di Val Pattonera, mamma della principessa Maria Claudia.
Il banchetto fu lungo e buonissimo, ci furono musiche, danze, dolci e fuochi d’artificio.
Dopo la festa i quattro sposi partirono per il viaggio di nozze e Maria Claudia presentò le sue sfilate, che ebbero un grande successo di vendita: tutti sapevano infatti che gli abiti del matrimonio reale erano stati disegnati da lei. Terminate le sfilate, la principessa di Val Pattonera tornò finalmente a Cavoretto carica di regali regali, cioè di doni del re.
Naturalmente vissero tutti felici e contenti.

 

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Tre al truc

Voglio chiudere la festa del papà con un ricordo del mio, Enrico, mancato a 61 anni quando io ne avevo 20. Figlio unico di nonno Federico (musicista, pittore, fumatore di pipa e grande giocatore di bocce) mio padre aveva vissuto una brillante gioventù di scapolone gaudente e si era sposato tardi, per la media di allora. Aveva 38 anni e l’automobile, perché faceva il commesso viaggiatore. Assomigliava a Humphrey Bogart, suonava il jazz, giocava a poker e soprattutto era un vasco a biliardo.
Imparai a giocare bene anch’io quando facevo il liceo a Torre Pellice, e una domenica papà, salito a trovarmi, volle sfidarmi alla goriziana. Era la prima volta che giocavo contro di lui, anche se da piccolo gli avevo visto vincere tante partite. Ma quella la vinsi io. Rimettendo la stecca nella rastrelliera disse solo: “Complimenti. Ci vogliono ore e ore per diventare bravi così. Se non sapessi che a scuola vai bene, mi preoccuperei. Ma tu continua a fare in modo che io non mi preoccupi”. Arrossii di piacere e di orgoglio. Non era uomo di molte parole, e il suo era stato un complimento, ma anche un monito.
Oggi il biliardo, che Sandro Ciotti definiva “una categoria dello spirito”, sta sparendo. Per chi ci ha passato pomeriggi e serate come me, o mattine di scuola marinata, il mondo sembrerà più povero. Addio silenzi fumosi, rotti solo dal kff-kff del gessetto passato con calma, meditando le traiettorie, dal pòk del colpo, dal vrrr delle palle rotolanti, dal clack dei loro incocci o dal punf dei loro rimbalzi sulle sponde!
Gli dedico un saluto di cuore, al biliardo di papà, come alle bocce del nonno. Anche questo sport lo praticano sempre in meno, pur se gli impianti abbondano, costa poco ed è adatto agli anziani, come il golf.  Ma va così. I nonni del 2050 saranno centenari, tutti chat e playstation, niente biliardo e bocce.
Io per fortuna non ci sarò: a me già oggi manca da morire l’atmosfera delle piole, e quel grido che veniva dai campi, fuori: “Tre al truc! Tirie tì che t’ij tàche!”.

Che il mondo cambi è normale, ma occorre almeno accommiatarsi consapevolmente da ciò che sparisce, per evitare l’angoscia sottile delle cose non dette e non fatte in tempo. Se no va a finire come per gli animali nostrani, che mentre il Wwf ci faceva una testa così sul panda, negli ultimi 50 anni in Italia si sono già estinte 5 razze bovine, 13 ovine, 18 suine, 4 asinine, 7 equine, 1 caprina e svariate razze di galline.
Voglio dire: se si può evitare l’estinzione, meglio. Ma se proprio non si può, almeno lo si dica, e bon, uno si congeda spiritualmente, e s’acconcia a vivere in un mondo diverso, senza la gallina ermellinata di Lucca, ma con Facebook. Non per forza più brutto. Diverso.


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Ottomarzo all’amatriciana

àrzate, passerò, che è l’otto marzo,
amo da festeggià passera mia!
«si je bbasta – risponni – la mimosa,
fàjela puro quella cortesia,
ma io manco se vinco ar lotto m’arzo»

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