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Lavande gastriche
Proust scrisse che gli odori e i sapori portano “sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’edificio immenso del ricordo”.
Ma lavanda – mi dicevo – è mica velenosa! Non evoca situazioni di pericolo. E’ nociva soltanto se qualcuno, intriso di essa, mi bacia poco prima che io mangi, profumandomi i baffi e impedendomi di gustare appieno, a tavola, gli aromi dei cibi e dei vini. Ma questo vale per qualsiasi profumo. Prima di andare a tavola, niente abbracci né baci. Solo strette di mano virili ai signori e inchini con finti baciamani alle signore. E’ una mia piccola mania.
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La ruota panoramica
Il caffè troppo dolce perché lo lasci a raffreddarsi un po’, poi lo rizuccheri senza ricordare che l’avevi già fatto.
Il freddo alle gambe.
Il sonno leggero.
Confondere i nomi dei famigliari.
Nascondere la roba e non trovarla più.
Segnarti tutto.
Chiederti se la pastiglia l’hai presa o no.
Svegliarti senza la fatica di una volta.
Trovarti a dire “una volta” troppo spesso.
Sono, questi, alcuni dei piccoli segnali che annunciano l’arrivo della terza età, di cui è stranamente rara la consapevolezza: sono sempre altri, ad esser vecchi. Ho sentito dire da un’ottantenne, alla morte di Woytyla: “Poverino, non era mica vecchio!”.
Per me vale il principio della relatività: in qualsiasi età della nostra vita, vecchio sempre è colui che ha almeno dieci anni più di noi. Ricordo che a 17 anni dicevamo d’una compagna di liceo più ‘sveglia’ delle altre: «Quella salòpa se la fa coi vecchi solo perché hanno la macchina». E lei usciva con un goliardo che non aveva neanche trent’anni! Però erano dodici più dei nostri, e quindi il termine calzava. Per noi.
L’importante, in ogni caso, è non avvilirsi (tanto non c’è niente da fare, indietro non si torna) provando, anzi, ad apprezzare i lati buoni del crepuscolo della vita.
Non sembra, ma ce ne sono: più tempo libero… meno fretta… l’esperienza che fa capire tante cose, passate e presenti… e poi la dolce sensazione di rimbambire in senso buono, cioè di tornare poco a poco fragili come i bimbi, facili alla commozione, persino ingenui.
Avete notato che i piccoli stanno volentieri insieme ai vecchi, e viceversa? E’ perché la vita è come un’enorme ruota panoramica, dove chi è appena sceso rimpiange la vista che si godeva in alto, e guarda con invidia chi sale, mentre costui spia nel volto di chi scende la soddisfazione per i soldi ben spesi, lo stupore per le meraviglie viste, oppure lo spavento per l’altezza, e magari gli chiede consigli: “…fa freddo lassù? …è bello? …fa paura?”.
Ad alcuni sì, ad altri no… come sempre. Ma vale la pena di farlo, quel giro.
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Il principe dei fori
A volte mi chiedo come ho fatto, da adolescente, a “filare” senza la festa di San Valentino. La festa degli innamorati, si sa, è solo un’americanata, un’invenzione furbesca strombazzata dai media per farci comprare regalini, fiori, o almeno un bigliettino alla nostra anima gemella. Per “stimolare la domanda”, come dicono i manuali di economia. E siccome questo tipo di economia basata sui consumi “indotti” domina fette sempre più grandi del pianeta, tanto vale rassegnarsi.
Dopotutto ci offre la chance di sottrarci di tanto in tanto a qualche suo diktat, sentendoci ribelli a poco prezzo. Basta non comprare il regalino a San Valentino – per esempio – o le mimose l’8 marzo, oppure (ma questo è già da sovversivi, tant’è che il potere cerca di penalizzare in tutti i modi chi osa farlo) non cambiare l’auto quando è vecchia, ma va ancora bene.
Gesto sovversivo – questo – sempre più difficile e raro, perché anche se uno se ne frega delle mode, dello status da esibire e della “bella figura” da fare, le fabbriche moderne fanno in modo che ogni prodotto, ogni macchina “non vada più bene” dopo un tot di tempo, applicando nei materiali e nei meccanismi quella tecnologia cinica e consapevole che si chiama “obsolescenza programmata”.
Che ci volete fare? “Chi più spende, meno spende” era l’adagio che per secoli ha indotto anche i più avari a farsi magari un solo vestito, ma della miglior stoffa. Idem per le scarpe, gli utensili, la mobilia… insomma, tutto quello che doveva durare. Ma la parola “durare” è una bestemmia, nella società dei consumi. Solo pochi snob la onorano ancora sistematicamente.
Il mio amico barone Bijno mi raccontava all’ultima marenda sinòira di aver visto a Portofino il Duca di Windsor indossare con perfetta nonchalance un pullover bucato. Però di cachemire, off course. E non era né povero né sciatto, il marito di Wallis Simpson. Anzi, fu un maestro di stile, e lanciò molte mode, tra cui le scarpe di camoscio, i pantaloni alla zuava, e quella stoffa a quadri che si chiama ancora oggi col suo nome, Principe di Galles. Però se ne fregava dei buchi (tutti meno quelli di Wallis, per i quali rinunciò addirittura alla corona).
Ma torniamo al regalo non fatto, o alla vecchia auto non cambiata. Come tutti i piccoli gesti antisociali, bisogna che a farli siano in pochi. Un po’ come la pipì in piscina. Se facessero tutti così, crollerebbe il mercato dei pullover e delle auto (e le piscine sarebbero infrequentabili).
Però, visto che una botta di anticonsumismo ogni tanto fa bene all’anima, oltre che al portafoglio, eccovi il mio consiglio per San Valentino: offrite alla vostra anima gemella un bel pacco-regalo con dentro le sue scarpe preferite, perfettamente risuolate. E accompagnatele con un bacio. In quello, naturalmente, non dovrete risparmiare.
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Campioni di schettinaggio
Il furto di Lusi, tesoriere del disciolto Partito della Margherita, è passato quasi sotto silenzio su Fb. Erano tutti distratti dal gelo e dalla neve (novità assolute dell’inverno alle nostre latitudini) e si sa che distrazione caccia distrazione…
Eppure non sarebbe neanche l’enormità della somma distratta (26 miliardi delle vecchie lire) a dover stupire, né l’impossibilità che un simile buco sia potuto passare inosservato per così tanto tempo senza la complicità di altri vertici del partito ex Dc confluito nel Pd (se ne sarebbero accorti alla Fiat, figuriamoci in un partitino come la Margherita), ma dovrebbe meravigliarci il fatto che un “partitino defunto” abbia così tanti soldi in cassa. Invece li ha (li aveva…) perché i politici, nonostante gli italiani in un referendum avessero abolito il finanziamento dei partiti, lo hanno reintrodotto spudoratamente dopo pochi mesi chiamandolo “rimborso spese elettorali” e l’hanno addirittura aumentato del 1100 % dal 1999 al 2008. Rifondazione Comunista – per fare un esempio di “partitino” – nel 2006 spese un milione e 636mila euro per la campagna elettorale, ma ricevette ben 34 milioni 932 mila euro di rimborsi elettorali. Ecco spiegato il “tesoro” della Margherita.
«Hai voglia ad aumentare i prezzi per il cornetto alla buvette di Montecitorio – scrive Repubblica – e per il risotto al ristorante del Senato, o a limare le indennità dei parlamentari, tagliando al massimo il forfait per i portaborse, se poi restano in vita sprechi simili».
Però se protesti, subito i politici ti accusano di grillismo, di antipolitica qualunquista, e con tono sussiegoso ti ricordano che “la politica ha i suoi costi”.
Ma che cos’è la politica?
Nei secoli l’hanno definita in tanti modi: arte della mediazione – virtuosismo del compromesso – dottrina del possibile – scienza inesatta – unica professione che non richiede preparazione specifica, ma solo abilità nell’impedire che il popolo s’impicci di ciò che lo riguarda – applicazione pratica delle ideologie…
Oggi, tuttavia, chiunque abbia un minimo di cultura generale e consapevolezza storica sa che l’era delle ideologie (che a loro volta derivavano dalle divisioni dei popoli in classi e religioni) è finita.
E allora, cosa è diventata la politica? E’ diventata – almeno qui in Italia – solo più amministrazione del potere furbastra e truffaldina. Solo distribuzione (strapagata) di privilegi, agghindata di demagogia mediatica. Solo un mestiere sporco, ma redditizio. Non c’è da stupirsi se viene universalmente disprezzata.
Basta vedere chi ci governa e chi gli si oppone: sempre gli stessi, ribolliti cialtroni intercambiabili, tenuti insieme, dopo la caduta delle maschere ideologiche, da fetide colle di bottega: interessi materiali, odi personali, ricatti reciproci, veti incrociati, invidie, avidità, furbizie tattiche, complicità losche… E soprattutto dalla “libido imperandi”, cioè dal piacere intrinseco del potere per il potere, da esibire con tutti i suoi orpelli spagnoleschi, dalla scorta al barbiere quasi gratis.
“U cumandari è megghiu ru futtiri” dicono calabresi e siciliani. Ma, poiché in democrazia “u cumandari” dipende dai voti, quando la sirena ideologica non incanta più i voti occorre comprarli con favori,. Lo scambio di favori. Il debito di riconoscenza. Vecchio vizio italico…
Ricordate la prima scena del “Padrino”, in cui i postulanti chiedono a Don Vito Corleone alcuni favori, consapevoli di contrarre un debito a vita di cui non sapranno mai l’entità né la scadenza? Ecco, quello. Io oggi ti faccio togliere una multa, ma domani ti potrei chiedere di testimoniare il falso in tribunale a mio favore…
E’ lo scambio equivoco in cui il sud è impantanato da sempre, e la cui cancrena è salita ormai dal piede al polpaccio, fino alla coscia e al bordo superiore dello stivale. Un esempio fra i tanti? La paura dei partiti e dei sindacati di perdere consensi in un paese fatto sempre più di vecchi, paura che ha bloccato finora ogni seria riforma delle pensioni, avviando l’Italia nel tunnel della crisi attuale, della quale non si intravede lo sbocco.
“L’importante è difendere i voti di oggi – pensa il nostro penoso ceto politico – e al dramma di domani ci penserà chi ci succederà”. E’ ragionando in questo modo che la Pd Mercedes Bresso, detta “la zarina”, quando era governatrice del Piemonte, si fece imprestare col sistema degli swap 1856 milioni (quasi 3600 miliardi di vecchie lire!!!) nel 2006 con l’impegno di restituirne appena 56 nel 2013, e il resto (1800) nel 2036, cioè dopo 31 anni.
E se i nostri nipoti non potranno restituirli? Chi se ne frega, hanno pensato la zarina e i suoi compagni di merende del Pd. Parafrasando ciò che disse Luigi XV alla Pompadour, “après nous le déluge”. Dopo di noi venga pure il diluvio.
Ci sarebbe da scendere in piazza a reclamarne la fucilazione. Invece tutti zitti, pur sapendo che un amministratore della “res publica” che spenda nell’oggi una cifra come quella, lasciandone il rimborso quasi totale nel dopo-dopo-dopodomani, cioè non ai figli ma addirittura ai nipoti, è un criminale e sa di esserlo.
Ben peggio di Schettino, che ha causato la morte di 40 persone per distrazione balorda, ma almeno l’ha fatto senza volerlo. Dico peggio perché, a parità di cialtronaggine e viltà, nella bomba ad orologeria della Bresso c’era la consapevolezza del danno recato agli altri, e la volontà di salvarsi dallo scoppio, posticipato a quando lei non ci sarebbe più stata, se non in vita sicuramente in politica.
Lenin disse: “Non è serio, in politica, contare sulle proprie convinzioni e sulle buone qualità dell’anima”. Era un cinico, un pragmatico, o solo un politico italiano ante litteram?
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Merle e merluzzi
Strillo al Tg: “Il vortice polare conquista l’Europa. Gelo e neve record. Anticipato un fenomeno che in genere si ripete ogni trent’anni”. Invece è vero solo il vortice, tutto il resto è falso. Il gelo non è record, e il fenomeno non è ciclico (i meteorologi seri evitano di parlare di cicli, e sono molto cauti anche nelle previsioni, dato che persino quelle a breve termine falliscono…) .
Quanto alla neve… bèh, siamo nell’ultimo dei tre giorni finali di Gennaio! I nostri vecchi li chiamavano “ i dì ‘d la merla”, i più freddi dell’anno, e loro sì che dovevano cavarsela con le statistiche, non avendo satelliti e algoritmi a disposizione. Erano statistiche alla buona: tale fenomeno, tale conseguenza.
Dei “dì ‘d la merla”, ad esempio, dicevano che “dovevano” esser freddi perché la primavera fosse bella. Freddi e secchi: “Gené, s’a pieuv o fiòca, carestìa nen pòca” o ancora “Gené pòver d’acqua a fa ‘l paisan rich”. La neve doveva venire a Febbraio: “Fiòca ‘d Fërvé, mes liamé” (neve di Febbraio, mezzo letamaio), ed era la benvenuta in ogni caso, perché “se a fiòca nen da invern, a gela ‘d prima”.
Proverbi che erano formule scaramantiche, più che sentenze. I nostri vecchi sapevano bene che, alla fine, è tutto nelle mani di Dio. Magari non ci attaccavano, ma se è per quello neanche gli “specialisti” d’oggi ci attaccano. Solo che questi merluzzi si prendono sul serio.
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Clavicembali e Pc
Qualche tempo fa una giovane amica mi chiese per strada se sarei andato, la sera, al concerto di clavicembalo organizzato nella chiesa parrocchiale. Le chiesi quali autori ci fossero in programma, e lei rispose: “Bach e Goldberg”.
Parbleu – pensai – è la prima volta che mi capita di ascoltare musica scritta da Johann Goldberg, il kappelmeister cui Bach dedicò le celebri Variazioni. Poi lessi il dépliant: “MUSICA DI” era scritto in stampatello, mentre “Bach, Variazioni Goldberg” in corsivo. Era già tanto che l’amica non mi avesse annunciato, oltre alle musiche di Bach e Goldberg, anche quelle di Variazioni…
Fu lì che mi venne l’idea balzana di improvvisare un mini-sondaggio personale fra gli under 30 del quartiere. Massì. Interpellai studenti alle fermate del bus, commesse e clienti al supermarket, ragazzi al bar, altri per strada… una trentina in tutto. Mi guardavano straniti (non capita spesso che un distinto signore anziano in loden e barba bianca ti chieda a bruciapelo: scusi, lei sa cos’è un clavicembalo?), ma pazienza: tanto nel quartiere passo già da tempo per essere un tipo strambo.
Bene: più di metà non lo sapeva. Degli altri, buona parte rispose “uno strumento musicale” senza saper precisare se a fiato, ad arco, piccolo, grande… Insomma, per quel che valeva il campione sondato (poco, lo so) solo il 20% degli under 30 sapeva che il clavicembalo è il nonno del pianoforte.
Stavo per intristirmi, quando riflettei che in compenso il 100% di quei ragazzi sapeva mandare lo stesso Sms a decine di persone contemporaneamente, con un solo invio, mentre l’80% (lo dico a naso) di quelli che la sera sarebbero andati in chiesa ad ascoltare Bach (quasi tutti over 50) non era capace a farlo. La domanda, a quel punto, era: nella vita serve più sapere cos’è un clavicembalo, o saper comunicare col cellulare in modo ottimale?
Buona la seconda, per me. E lo stesso vale per il Pc, che i giovani padroneggiano, mentre è ostico a quasi tutti gli anziani. L’ideale sarebbe amare entrambi, clavicembalo e Pc, ma dovendo scegliere oggi è meglio saper navigare su Internet, che ti spalanca l’universo.
Povero Bach, però. Soffocato dagli smartphones.
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In cauda venenum
Sarà la crisi, ma un mese fa a Milano ho visto un sacco di gente in coda al freddo. Dicono che noi torinesi siamo freddi e scostanti, che non lasciamo “integrare” facilmente gli stranieri, però un pasto caldo e un letto quando gela qui c’è per tutti, anche se solo sotto una tenda riscaldata. E quando abbiamo visto le code interminabili degli extracomunitari per il permesso di soggiorno, ci siamo mobilitati per rifocillarli, aiutarli, guidarli.
A Milano, invece, niente di tutto ciò. Dicono che lì il lavoro non manca, ma lì c’erano persone in coda da tre giorni per un posto. Non so da dove venissero. Infagottati com’erano, curvi e infreddoliti sotto il parapioggia (chi ce l’aveva, se no col cappuccio tirato sul capo), con le sciarpe davanti al viso, non si capiva neanche bene che età avessero.
Di sicuro non erano tutti giovani. E se lo erano sembravano vecchi lo stesso, talmente avevano l’aria preoccupata, lo sguardo sconsolatamente fisso su chi li precedeva. Errore. Quando si fa la fila non bisogna mai guardarsi davanti: meglio voltarsi indietro e godersi la smorfia allibita di chi arriva credendo di sbrigarsela in poche ore, e vede una fila interminabile. Sarà un espediente po’ sadico, ma funziona.
Qualcuno si arrendeva e se ne andava scuotendo la testa. Io mi son fermato, per solidarietà, a scambiare due parole. “Meno male – mi hanno detto – che ci siamo accordati per ammettere il “cambio”. Così molti di noi vengono “rilevati” da parenti o amici caritatevoli per la notte, per i pasti, o per un breve riposo al caldo d’un bar…”
Ecco: la solidarietà vien fuori lì, nei duri momenti del bisogno. Anche nell’altro senso del termine “bisogno”, perché il freddo stimola la vescica e la prostata non concede attese, a una certa età. Qualcuno s’arrangia contro il muro. Oppure nei bar (ma di notte sono chiusi).
E tutto per un posto.
Anche gli aspiranti massoni facevano la fila per entrare nella P2, ma la facevano in senso figurato. Aspettavano comodamente a casa loro, prima di essere ammessi nella grande loggia. Questi no. Tre giorni e due notti in coda per avere un posto in un’altra grande loggia: il loggione della Scala, per la prima del Don Giovanni di Mozart.
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